Il passato

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Nuove meditazioni poeticheEpoca XIX secolo

A M. A. de V***.

Fermiamoci sul colle
Nell’ora in cui, dividendo i giorni,
L’astro del mattino che declina
Sembra precipiti il suo corso!
Avanzando nella sua carriera,
Più debole respinge indietro
L’ombra terrestre che lo segue,
E dell’orizzonte che colora
Una metà lo vede ancora,
È l’ora in cui, sotto l’ombra inclinata,
Il contadino nella valle
Sospende un momento la sua giornata,
E si siede ai bordi del solco!
È l’ora in cui, presso la fontana,
Il viaggiatore riprende fiato
Dopo il suo cammino del mattino
E è l’ora in cui l’anima che pensa
Che l’abbandona nel suo cammino!

Così la nostra stella impallidita,
Gettando bagliori morenti
Sul mezzogiorno della nostra vita,
Della nostra rapida esistenza
L’ombra della morte che avanza
Oscura già la metà!
E, presso questo termine funesto,
Come all’aurora, non ci resta
Che la speranza e l’amicizia!

Amico che un medesimo giorno vide nascere,
Compagno dal culla,
E che un medesimo giorno deve forse
Addormentare nello stesso sepolcro!
Ecco il confine che divide

Che un medesimo destino ci ha tracciato!
Da questa vetta che ci riunisce,
Vieni, gettiamo uno sguardo insieme
Sul futuro e sul passato!

Ripassiamo i nostri giorni, se osi!
Mai la speranza dei marinai
La nave che si lancia ai flutti?
Mai d’una tinta più bella
L’alba ridendo colorò
La fronte raggIante del mattino?
Mai, con occhio penetrante d’audacia,
L’aquila abbracciò più spazio
Di quanto ce ne aprisse il destino?

Invano sulla strada fatale,
Di cui i cipressi tracciano il bordo,
Qualche tomba a intervalli
Ci avvertivano della morte!
Questi monumenti malinconici
Ci sembravano, come nei giorni antichi,
Un vano ornamento del cammino!
Ci sedevamo sotto la loro ombra,
E sognavamo giorni senza numero,
Ahimè! tra ieri e domani!

Quante volte, presso la riva
Dove Nisida dorme sui mari,
La bellezza credula o volubile
Accorse ai nostri dolci concerti!
Quante volte la barca errante
Cullò sull’onda trasparente
Due coppie condotte dall’Amore!
Mentre una dea amica
Gettava sull’onda addormentata
Il velo profumato delle notti!

Quante volte, nel delirio
Che succedeva ai nostri festini,
Ai suoni antichi della lira,
Evocai sogni divini!
Ai profumi delle rose morenti,
Ai vapori delle coppe fumanti,
Volavano verso di noi a turno!
E sulle loro ali sfumate,
Nei dedali dell’Amore!

Ma nel loro insensibile pendio,
I giorni che succedevano ai giorni
Traevano come un’acqua corrente
E i nostri sogni e i nostri amori;
Simile al fiore fugace
Che dalla fronte gioiosa di un convitato
Cade prima dell’ora del banchetto,
Quella felicità che l’ebbrezza coglie,
Dalle nostre fronti cadendo foglia a foglia,

E ora, su questo spazio
Che i nostri passi hanno già lasciato,
Voltati! cerchiamo la traccia
Dell’amore, della voluttà!
Calpestando le loro rive appassite,
Risaliamo il corso degli anni,
Mentre un ricordo ghiacciato,
Come l’astro addolcito delle ombre,
Illumina ancora di tinte scure
La scena vuota del passato!

Qui, sulla scena del mondo,
Si levò il tuo primo sole!
Guarda! quale notte profonda
Ha sostituito quel giorno vermiglio!
Tutto sotto i cieli sembrava sorridere,
La foglia, l’onda, lo zefiro
Mormoravano accordi incantevoli!
Ascolta! la foglia è appassita!
E i venti sull’onda inaridita
Rendono sordi gemiti!

Quel mare dai flutti argentati,
Che non fa che cullare l’immagine
Delle rive nel suo seno ripetute?
Un nome caro vola sull’onda!…
Ma nessuna voce che risponda,
Che il flutto che tuona sullo scoglio!
Infelice! quale nome pronunci!
Non vedi tra quei rovi
Questo nome inciso su un feretro?…

Più lontano sulla riva dove si espande
Vedi quel palazzo che si piega
E getta un’ombra nel seno delle acque?
Là, sotto una forma straniera,
Un angelo esiliato dalla sua sfera
D’un celeste amore ti infiammò!
Perché tremare? quale rumore ti stupisce?
Non è che un’ombra che rabbrividisce
Ai passi del mortale che amò!

Ahimè! ovunque tu ripassi,
È il lutto, il vuoto o la morte,
E nulla è germogliato sulle nostre tracce
Che il dolore o il rimorso!
Ecco questo cuore dove la tua tenerezza
Seminò frutti che la tua vecchiaia,
Ahimè! non raccoglierà:
Là, l’oblio perdette la tua memoria!
Là, l’invidia soffocò la tua gloria!
Là, la tua virtù fece degli ingrati!

Là, l’illusione eclissata
Fuggì sotto una nube oscura!
Qui, la speranza stanca
Ripiegò le sue ali azzurre!
Là, sotto il dolore che lo gela,
Il tuo sorriso perdette la sua grazia,
La tua voce dimenticò i suoi concerti!
I tuoi sensi esauriti si lamentarono,
E i tuoi biondi capelli si tinsero
Al soffio argentato degli inverni!

Così da rive straniere,
Quando l’uomo, all’insaputa dei tiranni,
Verso la dimora dei suoi padri
Porta in segreto i suoi passi erranti,
La zizzania ha coperto le sue colline,
Il suo tetto sacro pende in rovina,
Nei suoi giardini l’onda è inaridita;
E sulla soglia che fu la sua gioia,
Nell’ombra un cane feroce abbaia
Contro le mani che l’hanno nutrito!

Ma questi sensi che si appesantiscono
E del tempo subiscono la legge,
Questi occhi, questo cuore che si offuscano,
Quest’ombra infine, non sei tu!
Senza rimpianto, al flutto degli anni,
Consegna queste spoglie appassite
Che porta via il soffio dei giorni,
La foglia arida e vagabonda
Che l’onda trascina nel suo corso!

Non è più il tempo di sorridere
A queste rose di pochi giorni!
Di mescolare ai suoni della lira
I teneri sospiri degli amori!
Di seminare su fondi sterili
Questi voti, questi progetti inutili,
Portati via dai venti del cielo,
A cui il tempo che ci divora
Non dà l’ora di sbocciare
Durante le nostre rapide estati!

Leviamo gli occhi verso il colle
Dove brilla la stella del mattino!
Salutiamo lo splendore divino
Che si leva in lontananza!
Questa chiarità pura e feconda
Agli occhi dell’anima illumina un mondo
Dove la fede sale senza sforzo!
D’una santa speranza il tuo cuore palpita;
Amico! per volarvi più veloce,
Prendiamo le ali della morte!

Invano, in questo deserto arido,
Sotto i nostri passi tutto si è cancellato!
Vieni! dove l’eternità risiede,
Si ritrova fino al passato!
Là, sono i nostri sogni pieni di incanti,
E i nostri addii bagnati di lacrime,
I nostri voti e le nostre speranze perdute!
Là, rifioriranno le nostre giovinezze;
E gli oggetti delle nostre tristezze
Ai nostri rimpianti saranno resi!

Così, quando i venti dell’autunno
Hanno spazzato l’ombra dei boschi,
La rondine agile abbandona
La sommità del palazzo dei re!
Seguendo il sole nella sua corsa,
Risale verso la fonte
Da cui l’astro ci spande i giorni;
E sulle sue tracce ritrova ancora
Un altro cielo, un’altra aurora,
Un altro nido per i suoi amori!

Quel re, la cui santa tristezza
Immortalò i dolori,
Vide così la sua verde giovinezza
Rinnovarsi sotto le sue lacrime!
La sua arpa, all’ombra della tomba,
Sospirava come la colomba
Sotto i verdi cipressi del Carmelo!
E il suo cuore, che una lampada illumina,
Risonava come un santuario
Dove risuona l’inno eterno!

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-passato-alphonse-de-lamartine/