La satira oggi, canto ove si mesce un grido

Poesi di Victor Hugo Epoca XIX secolo

La satira oggi, canto ove si mesce un grido,
Bocca di ferro donde esce un singhiozzo intenerito,
Non è più quella che era un tempo nella nostra infanzia,
Quando ci conducevano, scolari senza difesa,
Alla Sorbona, luogo burbero e cattivo luogo,
E che, davanti a noi che l’ascoltavamo assai poco,
Snocciolando la sua lezione e filando la sua conocchia,
Il piccolo Andrieux, con faccia di ranocchia,
Mordeva Shakespeare, Amleto, Macbeth, Lear, Otello,
Con i suoi denti finti presi al vecchio Boileau.

La vita è, in questo secolo inquieto, diventata
Passo a passo grave e tetra, e la verità nuda
Invoca il pensiero in suo soccorso da quando
L’hanno murata con la menzogna nel suo pozzo.
Dopo Jean-Jacques, dopo Danton, il destino riconduce
Il passo pesante della notte sulla triste anima umana;
Diritto e Dovere giacciono là, la piaga al fianco;
Il vile sole ride al nero drago sibilante;
L’uomo getta in mare l’onore, vecchia bussola;
Leccando il vincitore il vinto si consola;
Tutta la storia sta in questa parola: riuscire;
Il successo è sultano e l’assassinio è visir;
Ahimè, la vecchia orrenda ebbrezza della vergogna
Riappare negli occhi e sulle fronti risale,
Brinda con i tiranni, e il popolo sfinito
Bevve di nuovo quel vino oscuro che già bevve.
Perciò la satira è severa. Essa ignora
Quella grandezza dei re che fece Boileau sonoro,
E non si ricorda di loro che per schiaffeggiarli.
Il patibolo che bisogna smontare pezzo a pezzo,
L’infame legge di sangue che resiste alle cancellature,
Che conserva i ceppi lasciando andare le torture,
E di cui bisogna tagliare tutte le unghie; il fanciullo
Che l’ignoranza tiene nel suo pugno soffocante
E che deve, libero uccello, nell’alba aprire le ali;
Rialzare a turno quelle oscure sentinelle,
Il male, il pregiudizio, l’errore, mostro romano,
Che custodiscono la cella dove dorme lo spirito umano;
La guerra e i suoi avvoltoi, la peste con le sue mosche,
Da scacciare; i bavagli che bisogna togliere dalle bocche;
La parola da dare a tutti i dolori;
La schiusa di un giorno nuovo sull’uomo in fiore;
Tale è lo scopo, tale è il dovere, che complica
La sua collera, e la rende di pubblica utilità.

Per insegnare a tutti la virtù, l’equità,
La ragione, basta che la Realtà,
Pura e serena, salga all’orizzonte e faccia
Svanire l’orrore delle notti davanti al suo volto.
Vergogna, gloria, grandezze, vizi, bellezze, difetti,
Pianura e monti, sono mescolati finché è notte; il falso
Finge di essere onesto nell’oscurità losca.
Che cos’è il raggio? Una pietra di paragone.
La luce di tutto quaggiù fa la prova.
Il giusto è sulla terra illuminato dal vero;
Il giusto è la cima e il vero è l’aurora.

Dunque Luce, Ragione, Verità, e ancor più,
Bontà nell’ira e suprema Pietà,
Il malvagio perdonato, ma il male punito,
Ecco ciò che oggi, come ai vecchi tempi di Roma,
La satira implacabile e tenera deve all’uomo.
Marchesi o medici, una casta, un mestiere,
Non è più il suo campo; le occorre l’uomo intero.
Essa perseguita l’infame e non il ridicolo.

Un piccolo Augia vuole un piccolo Ercole,
E il buon Despréaux malizioso fece quel che poté.
Essa non ha più a che fare con l’antico Lilliput.

Essa vola, attraverso l’ombra e le catastrofi,
Grande e pallida, in mezzo a un uragano di strofe;
Essa grida alla sua muta spaventosa: — Corriamo!
Quando un vile parvenu, camminando su tutte le fronti,
Schiaccia un popolo con piedi un tempo senza stivali.
Essa dà ai suoi cani alati tutti i despoti,
Tutti i mostri, giganti e nani, da divorare.
Essa appare agli zar per disperarli.
Si sente nel suo verso scricchiolare le ossa della tigre.
Come l’uccello verso la primavera emigra,
Essa se ne va sempre dalla parte dell’onore.
L’angelo di Giosafat, lo spettro di Elsinore
Sono suoi amici, e, saggia, sembra demente,
Tanto il suo clamore profondo riempie il cielo immenso.
Le occorre, per tuonare e librarsi largamente,
Tutto il popolo sotto di lei, aspro, vasto, spumeggiante;
Solo sul mare il vento è a suo agio.

Quando Colombo parte, essa è in piedi sulla scogliera;
Essa ti ama, o Barbès! E segue con un lungo evviva
Fulton, Garibaldi, Byron, John Brown e Watt,
E te Socrate, e te Gesù, e te Voltaire!
Essa fa, quando un morto glorioso è sotto terra,
Uscire un verde alloro dal suo sepolcro dormiente;
Essa non permette che marcisco altrimenti.
Essa fascia in ginocchio i vinti venerabili,
Benedice i maledetti, bacia in fronte i miserabili,
Lotta, e, senza degnare neppure un istante di pensiero,
Si sente da servi dietro di lei giudicare;
Poiché, sotto i regni vili e traditori, è un crimine
Non ridere nell’ora in cui rantola la vittima
E amare i prigionieri attraverso le loro sbarre;
E chi piange i morti offende i carnefici.

È triste? No, poiché è formidabile.
Poiché presso i sepolcri i vincitori sono a tavola,
Poiché si è soddisfatti nell’infamia, e si ha
L’impudenza di essere vili con un osanna,
Poiché si canta e si balla divorando le prede,
Essa viene alla festa anche lei. In queste gioie,
In questi contenti enormi, in questi giochi
Per forza di trionfo e di ebbrezza tempestosi,
In questi banchetti che mescolano Pafo, Clamart e Cnido,
Essa porta, sinistra, un riso di eumenide.

Ma il suo immenso sforzo è la vita. Essa vuole
Scacciare la morte, bandire la notte, rompere il nodo,
Dovesse pure maltrattare il titano popolare.
Come ha più amore, ha più collera.
Come! L’abdicazione sarebbe un guanciale!
La coscienza umana è lenta a svegliarsi;
L’onore lascia il suo fuoco impallidire, cadere, scendere
Sotto l’ispessimento lugubre della cenere.
Così la Nemesi cantante che balza
E colpisce, e davanti a cui Tiberio è interdetto,
La dea del grande Giovenale, l’aspra musa,
Ebe per la bellezza, per il terrore Medusa,
Che seminò nella notte ciò che Dante vi trovò,
E che Giobbe credeva vedere parlare a Geova,
Si sente ancor più furore magnanimo
Per risvegliare l’oblio che per punire il crimine.
Essa si avvicina al popolo e, spiando il mormorio,
China il giambo amaro sull’immenso dormiente;
La strofa allora freme nel suo tragico zelo,
E si imporpora cercando di trarre la scintilla
Da tutta questa tetra e fatale languidezza,
E il verso irritato diventa un bagliore.
Così arrossa nell’ombra un volto selvaggio
Che viene su un tizzone a soffiare a piena bocca.

26 aprile 1870.

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-satira-oggi-canto-ove-si-mesce-un-grido-victor-hugo/