La notte d’ottobre

Poesi di Alfred De Musset Raccolta Poesie nuoveEpoca XIX secolo

Il poeta

Il male di cui ho sofferto è fuggito come un sogno.
Non posso paragonarne il lontano ricordo
Che a quelle nebbie leggere che l’aurora solleva,
E che con la rugiada si vedono svanire.

La musa

Che avevate dunque, o mio poeta!
E qual è la pena segreta
Che da me vi ha separato?
Ahimè! io ne risento ancora.
Qual è dunque questo male che ignoro
E per cui ho tanto a lungo pianto?

Il poeta

Era un male volgare e ben noto agli uomini;
Ma, quando abbiamo qualche affanno nel cuore,
Ci immaginiamo, poveri folli che siamo,
Che nessuno prima di noi abbia sentito il dolore.

La musa

Non v’è dolor volgare
Se non quello di un’anima volgare.
Amico, che questo triste mistero
Sfugga oggi dal tuo petto.
Credimi, parla con fiducia;
Il severo dio del silenzio
È uno dei fratelli della Morte;
Lamentandosi ci si consola,
E talvolta una parola
Ci ha liberati da un rimorso.

Il poeta

Se ora dovessi parlare della mia sofferenza,
Non so troppo quale nome dovrebbe portare,
Se sia amore, follia, orgoglio, esperienza,
Né se qualcuno al mondo potrebbe trarne profitto.
Voglio tuttavia raccontartene la storia,
Poiché eccoci soli, seduti presso il focolare.
Prendi questa lira, avvicinati, e lascia che la mia memoria
Al suono dei tuoi accordi dolcemente si desti.

La musa

Prima di dirmi la tua pena,
O poeta! ne sei guarito?
Pensa che oggi devi
Parlarne senza amore e senza odio.
Se ti ricordi che ho ricevuto
Il dolce nome di consolatrice,
Non fare di me la complice
Delle passioni che ti hanno perduto,

Il poeta

Sono così ben guarito da questa malattia,
Che ne dubito talvolta quando vi voglio pensare;
E quando penso ai luoghi dove ho rischiato la vita,
Credo vedervi al mio posto un volto straniero.
Musa, sii dunque senza timore; al soffio che t’ispira
Possiamo senza pericolo entrambi affidarci.
È dolce piangere, è dolce sorridere
Al ricordo dei mali che si potrebbero dimenticare.

La musa

Come una madre vigile
Alla culla di un figlio benamato,
Così io mi chino tremante
Su questo cuore che mi era chiuso.
Parla, amico, – la mia lira attenta
Con una nota debole e lamentosa
Segue già l’accento della tua voce,
E in un raggio di luce,
Come una visione leggera,
Passano le ombre di un tempo.

Il poeta

Giorni di lavoro! soli giorni in cui ho vissuto!
O tre volte cara solitudine!
Sia lodato Dio, vi sono dunque tornato,
A questo vecchio studio!
Povero rifugio, muri tante volte deserti,
Poltrone impolverate, lampada fedele,
O mio palazzo, mio piccolo universo,
E tu, Musa, o giovane immortale,
Sia lodato Dio, dunque canteremo!
Sì, voglio aprirvi la mia anima,
Saprete tutto, e vi racconterò
Il male che può fare una donna;
Poiché è una donna, o miei poveri amici
(Ahimè! forse lo sapevate),
È una donna a cui fui sottomesso,
Come il servo lo è al suo padrone.
Giogo detestato! è per questo che il mio cuore
Perdette la sua forza e la sua giovinezza;
E tuttavia, accanto alla mia amante,
Avevo intravisto la felicità.
Presso il ruscello, quando camminavamo insieme,
La sera, sulla sabbia argentina,
Quando davanti a noi il bianco spettro del pioppo
Da lontano ci mostrava la via;
Vedo ancora, ai raggi della luna,
Quel bel corpo piegarsi fra le mie braccia…
Non parliamone più… – non prevedevo
Dove mi avrebbe condotto la Fortuna.
Senza dubbio allora la collera degli dèi
Aveva bisogno di una vittima;
Poiché ella mi ha punito come di un delitto
Dell’aver tentato di essere felice.

La musa

L’immagine di un dolce ricordo
Si è or ora offerta al tuo pensiero.
Sulla traccia che ha lasciato
Perché temi di tornare?
È forse fare un racconto fedele
Rinnegare i propri bei giorni?
Se la tua sorte fu crudele,
Giovane, fa’ almeno come lei,
Sorridi ai tuoi primi amori.

Il poeta

No, – è alle mie sventure che intendo sorridere.
Musa, te l’ho detto: voglio, senza passione,
Raccontarti i miei affanni, i miei sogni, il mio delirio,
E dirti il tempo, l’ora e l’occasione.
Era, mi ricordo, in una notte d’autunno,
Triste e fredda, all’incirca simile a questa;
Il mormorio del vento, col suo rumore monotono,
Nel mio cervello stanco cullava il mio nero affanno.
Ero alla finestra, aspettando la mia amante;
E, mentre ascoltavo in quell’oscurità,
Sentivo nell’anima una tale angoscia
Che mi venne il sospetto di un’infedeltà.
La via dove abitavo era oscura e deserta;
Qualche ombra passava, una lanterna in mano;
Quando la tramontana fischiava nella porta socchiusa,
Si udiva da lontano come un sospiro umano.
Non so, a dire il vero, a quale funesto presagio
Il mio spirito inquieto allora si abbandonasse.
Invano richiamavo un resto di coraggio,
E mi sentii rabbrividire quando l’ora suonò.
Ella non veniva. Solo, la testa china,
Guardai a lungo i muri e la via,
E non ti ho detto quale ardore insensato
Quella donna incostante accendeva nel mio petto;
Amavo solo lei al mondo, e vivere un giorno senza di lei
Mi sembrava un destino più atroce della morte.
Mi ricordo però che in quella notte crudele
Per spezzare il mio legame feci un lungo sforzo.
La chiamai cento volte perfida e sleale,
Contai tutti i mali che mi aveva causato.
Ahimè! al ricordo della sua bellezza fatale,
Quali mali e quali affanni non erano placati!
Il giorno apparve infine. – Stanco di una vana attesa,
Sul bordo del balcone mi ero assopito;
Riaprii le palpebre all’aurora nascente,
E lasciai vagare il mio sguardo abbagliato.
D’un tratto, al voltare della stretta viuzza,
Sento sul ghiaietto camminare a piccol passo…
Gran Dio! preservatemi! la scorgo, è lei;
Ella entra. – Di dove vieni? Che hai fatto questa notte?
Rispondi, che vuoi da me? chi ti conduce a quest’ora?
Quel bel corpo, fino al giorno, dove si è steso?
Mentre a quel balcone, solo, io veglio e piango,
In qual luogo, in qual letto, a chi sorridevi?
Perfida! sfrontata! è ancora possibile
Che tu venga a offrire la tua bocca ai miei baci?
Che chiedi dunque? per quale sete orribile
Osi attirarmi fra le tue braccia esauste?
Vattene, ritirati, spettro della mia amante!
Rientra nel tuo sepolcro, se te ne sei levato;
Lascia che per sempre dimentichi la mia giovinezza,
E, quando penso a te, creda di aver sognato!

La musa

Placati, te ne scongiuro;
Le tue parole mi hanno fatto rabbrividire.
O mio benamato! la tua ferita
È ancora pronta a riaprirsi.
Ahimè! è dunque così profonda?
E le miserie di questo mondo
Sono così lente a cancellarsi!
Dimentica, fanciullo, e dalla tua anima
Scaccia il nome di quella donna,
Che io non voglio pronunciare.

Il poeta

Vergogna a te che per prima
Mi hai insegnato il tradimento,
E d’orrore e di collera
Mi hai fatto perdere la ragione!
Vergogna a te, donna dall’occhio cupo,
I cui funesti amori
Hanno sepolto nell’ombra
La mia primavera e i miei bei giorni!
È la tua voce, è il tuo sorriso,
È il tuo sguardo corruttore,
Che mi hanno insegnato a maledire
Fin l’apparenza della felicità;
È la tua giovinezza e le tue attrattive
Che mi hanno fatto disperare,
E se dubito delle lacrime,
È che ti ho visto piangere.
Vergogna a te, ero ancora
Così semplice come un fanciullo;
Come un fiore all’aurora,
Il mio cuore si apriva amandoti.
Certo, quel cuore senza difesa
Poté senza pena essere ingannato;
Ma lasciargli l’innocenza
Era ancora più facile.
Vergogna a te! fosti la madre
Dei miei primi dolori,
E facesti dalla mia palpebra
Zampillare la fonte delle lacrime!
Ella scorre, siine certa,
E nulla la prosciugherà;
Esce da una ferita
Che mai guarirà;
Ma in questa fonte amara
Almeno mi laverò,
E vi lascerò, spero,
Il tuo ricordo aborrito!

La musa

Poeta, basta. Presso un’infedele,
Quando la tua illusione fosse durata solo un giorno,
Non oltraggiare quel giorno quando parli di lei;
Se vuoi essere amato, rispetta il tuo amore.
Se lo sforzo è troppo grande per la debolezza umana
Di perdonare i mali che ci vengono da altri,
Risparmiati almeno il tormento dell’odio;
In mancanza del perdono, lascia venire l’oblio.
I morti dormono in pace nel seno della terra:
Così devono dormire i nostri sentimenti spenti.
Queste reliquie del cuore hanno anch’esse la loro polvere;
Sui loro resti sacri non portiamo le mani.
Perché, in questo racconto di una viva sofferenza,
Vuoi vedere solo un sogno e un amore tradito?
È dunque senza motivo che agisce la Provvidenza
E credi dunque distratto il Dio che ti ha colpito?
Il colpo di cui ti lagni ti ha forse preservato,
Fanciullo; poiché è per esso che il tuo cuore si è aperto.
L’uomo è un apprendista, il dolore è il suo maestro,
E nessuno si conosce tanto che non abbia sofferto.
È una dura legge, ma una legge suprema,
Vecchia come il mondo e la fatalità,
Che dobbiamo dalla sventura ricevere il battesimo,
E che a questo triste prezzo tutto deve essere comprato.
Le messi per maturare hanno bisogno di rugiada;
Per vivere e per sentire l’uomo ha bisogno delle lacrime;
La gioia ha per simbolo una pianta spezzata,
Umida ancora di pioggia e coperta di fiori.
Non ti dicevi guarito dalla tua follia?
Non sei giovane, felice, ovunque il benvenuto?
E quei piaceri leggeri che fanno amare la vita,
Se non avessi pianto, che caso ne faresti?
Quando al declinare del giorno, seduto sulla brughiera,
Con un vecchio amico bevi in libertà,
Dimmi, con altrettanto buon cuore alzeresti il tuo bicchiere,
Se non avessi sentito il prezzo dell’allegria?
Ameresti i fiori, i prati e il verde,
I sonetti di Petrarca e il canto degli uccelli,
Michelangelo e le arti, Shakespeare e la natura,
Se non vi ritrovassi qualche antico singhiozzo?
Comprenderesti dei cieli l’ineffabile armonia,
Il silenzio delle notti, il mormorio dei flutti,
Se da qualche parte laggiù la febbre e l’insonnia
Non ti avessero fatto pensare all’eterno riposo?
Non hai ora una bella amante?
E, quando addormentandoti le stringi la mano,
Il lontano ricordo dei mali della tua giovinezza
Non rende forse più dolce il suo sorriso divino?
Non andrete anche voi a passeggiare insieme
Nel fondo dei boschi fioriti, sulla sabbia argentina?
E, in quel verde palazzo, il bianco spettro del pioppo
Non sa più, la sera, mostrarvi la via?
Non vedi allora, ai raggi della luna,
Piegarsi come un tempo un bel corpo fra le tue braccia,
E se nel sentiero trovassi la Fortuna,
Dietro di lei, cantando, non cammineresti?
Di che ti lagni dunque? L’immortale speranza
Si è temprata in te sotto la mano della sventura.
Perché vuoi odiare la tua giovane esperienza,
E detestare un male che ti ha reso migliore?
O mio fanciullo! compiangila, quella bella infedele,
Che fece scorrere un tempo le lacrime dai tuoi occhi;
Compiangila! è una donna, e Dio ti ha fatto, presso di lei,
Indovinare, soffrendo, il segreto dei felici.
Il suo compito fu penoso; ella ti amava forse;
Ma il destino voleva che spezzasse il tuo cuore.
Ella sapeva la vita, e te l’ha fatta conoscere;
Un’altra ha raccolto il frutto del tuo dolore.
Compiangila! il suo triste amore è passato come un sogno;
Ella ha visto la tua ferita e non ha potuto chiuderla.
Nelle sue lacrime, credimi, non tutto era menzogna.
Quando tutto lo fosse, compiangila! tu sai amare.

Il poeta

Dici il vero: l’odio è empio,
Ed è un brivido pieno d’orrore
Quando questa vipera assopita
Si snoda nel nostro cuore.
Ascoltami dunque, o dea!
E sii testimone del mio giuramento:
Per gli occhi azzurri della mia amante,
E per l’azzurro del firmamento;
Per quella scintilla brillante
Che di Venere porta il nome,
E, come una perla tremante,
Scintilla in lontananza sull’orizzonte;
Per la grandezza della natura,
Per la bontà del Creatore,
Per la chiarezza tranquilla e pura
Dell’astro caro al viaggiatore.
Per le erbe della prateria,
Per le foreste, per i prati verdi,
Per la potenza della vita,
Per la linfa dell’universo,
Io ti bandisco dalla mia memoria,
Resto di un amore insensato,
Misteriosa e oscura storia
Che dormirai nel passato!
E tu che, un tempo, di un’amica
Portasti la forma e il dolce nome,
L’istante supremo in cui ti dimentico
Deve essere quello del perdono.
Perdoniamoci; – io rompo l’incanto
Che ci univa davanti a Dio.
Con una ultima lacrima
Ricevi un eterno addio.
– E ora, bionda sognatrice,
Ora, Musa, ai nostri amori!
Dimmi qualche canzone gioiosa,
Come ai primi tempi dei bei giorni.
Già il prato profumato
Sente gli approcci del mattino;
Vieni a svegliare la mia benamata,
E a cogliere i fiori del giardino.
Vieni a vedere la natura immortale
Uscire dai veli del sonno;
Noi rinasceremo con lei
Al primo raggio del sole!

Alfred De Musset

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-notte-dottobre-alfred-de-musset/