Strade ferrate verso l’orizzonte:
Blocchi di cenere, scarpate di scisti,
Dove sui bordi un agnello triste
Bruca i fili d’una vecchia erbetta;
Partenze brusche verso le periferie,
Rotaie che suonano, segnali che si muovono,
E all’improvviso il passaggio degli occhi
Crudi e sanguinanti d’un convoglio rosso;
Richiami stridenti, uragani neri,
Paese di braci rossastre e di officine tragiche,
Dove singhiozzano, quando giunge la sera,
Tutte le voci del vento
Colpendo, d’un lamento contenuto,
I fili all’infinito dei crini telegrafici,
È tra voi
Che circondate le città,
Che se ne vengono a cercare asilo
I cervelli scoppiati dei sognatori e dei folli.
Segnati ciascuno d’un segno,
Dietro un muro cieco e sordo
Di vecchio sobborgo,
I casotti s’allineano;
E la città ardente e terribile, laggiù,
Che li popola dall’alto in basso,
Con gli occhi acuti di quei vetri smarriti
Se ne inquieta e li guarda.
O la follia e i suoi soli, tutto a un tratto bianchi!
O la follia e i suoi soli che piombano
A raggi lenti,
A raggi spenti,
Sinistramente,
La febbre e il lavoro moderni!
un tempo tutto l’ignoto era popolato di dèi,
Essi erano la risposta alle domande di cui l’uomo
Nella sua anima puerile faceva la somma;
Erano forti poiché erano silenziosi;
E la preghiera e il bestemmiare
Che non risolvevano nulla
Decidevano tuttavia, in nome del male, in nome del bene,
I problemi supremi.
Ora invece è la realtà
Segreta ancora, ma nondimeno racchiusa
Nel corso perpetuo e ritmico delle cose,
Che si vuole, con tenacia,
Cogliere, per ordinare la vita e la sua bellezza,
Secondo le cause.
L’uomo si leva infine per questo dovere tardivo,
Venuto per eclissare i fuochi di tutti gli altri;
Si afferma non più il re, il prode, l’apostolo,
Ma il pensatore ostinato, ardente e malaticcio
Che si brucia i nervi a cogliere, al passaggio,
Ogni enigma che brilla e fugge – momento di lampo.
Dubi, certezze, fatiche, scavi, viaggi,
La terra intera è sonora del suo passo chiaro
E la notte attenta ascolta ardere le sue veglie;
L’ordine nuovo si crea con tale cura
Di fissarne bene la cima e i tenoni e le mortase
Che non è più nulla sotto i grandi tetti delle sue sintesi
Che non sia sostenuto e non sostenga a sua volta.
E tutto ciò che lavora ai quattro angoli del mondo
Lotta, gli occhi fissi su quest’opera profonda
Che conduce la ricerca – e la terra e i cieli,
E quelli che trafficano in nome dell’oro e quelli
Che devastano in nome del sangue, tutti collaborano,
Con il loro odio o il loro amore, al fine sacro.
Da ogni ora del secolo un prodigio sgorga
E voi lo provocate, ricercatori! Tutto è stretto,
Maglie di vita o di materia tra le vostre dita sottili;
I vostri miracoli umani illuminano le città
E l’ignoto sarebbe domato e il sapere,
A grandi passi giganteschi, avrebbe raggiunto la speranza,
Se i vostri cervelli battuti dal vento della conquista
Non consumassero a troppo pensare i vostri magri corpi d’asceta
E se i vostri nervi tesi sempre e sempre stanchi,
Un giorno, come corde, non scoppiassero.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-follia-emile-verhaeren/
