Sua Maestà Leonina un giorno volle conoscere
Da quali nazioni il Ciel l’aveva fatto signore.
Convocò dunque per delegati
I suoi vassalli di ogni specie,
Mandando da ogni parte
Una circolare scritta,
Con il suo sigillo. Lo scritto diceva
Che per un mese il Re avrebbe tenuto
Corte plenaria, la cui apertura
Doveva essere un grandissimo banchetto,
Seguito dai giochi di Fagotino.
Con questo tratto di magnificenza
Il Principe ai suoi sudditi mostrava la sua potenza.
Nel suo Louvre li invitò.
Quale Louvre! un vero carnaio, il cui odore si diffuse
Subito al naso della gente. L’Orso si tappò le narici:
Avrebbe potuto fare a meno di quella smorfia,
La sua smorfia dispiacque. Il Monarca irritato
Lo mandò da Plutone a fare lo schizzinoso.
La Scimmia approvò molto questa severità,
E adulatorio eccessivo lodò la collera
E l’artiglio del Principe, e l’antro, e quell’odore:
Non c’era ambra, non c’era fiore,
Che non fosse aglio al confronto. La sua sciocca adulazione
Ebbe un cattivo esito, e fu ancora punita.
Quel Monsignore del Leone
Era parente di Caligola.
La Volpe essendo vicina: Orsù, le disse il Sire,
Che senti? dimmelo: parla senza mascheramenti.
L’altra subito a scusarsi,
Adducendo un gran raffreddore: non poteva che dire
di non avere odorato; in breve, se la cavò.
Questo vi serve d’insegnamento:
Non siate a corte, se volete piacervi,
Né insipido adulatore, né parlatore troppo sincero,
E cercate qualche volta di rispondere in normanno.
Jean de La Fontaine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-la-corte-del-leone-jean-de-la-fontaine/
