Il sole dei nostri giorni impallidisce fin dall’aurora,
Sulle nostre fronti languenti appena getta ancora
Qualche raggio tremante che combatte la notte;
L’ombra cresce, il giorno muore, tutto si cancella e tutto fugge!
Che un altro a questo spettacolo rabbrividisca e si commuova,
Che indietreggi tremando dai bordi del precipizio,
Che non possa da lontano udire senza fremere
Il triste canto dei morti pronto a risuonare,
I sospiri soffocati di un’amante o di un fratello
Sospesi sui bordi del suo letto funebre,
O il bronzo gemente, i cui suoni smarriti
Annunciano ai mortali che un infelice non è più!
Io ti saluto, o morte! Liberatore celeste,
Tu non mi appari sotto quell’aspetto funesto
Che ti ha prestato a lungo lo spavento o l’errore;
Il tuo braccio non è armato di una spada distruttrice,
La tua fronte non è crudele, il tuo occhio non è perfido,
In soccorso dei dolori un Dio clemente ti guida;
Tu non annienti, tu liberi! la tua mano,
Celeste messaggero, porta una fiaccola divina;
Quando il mio occhio stanco si chiude alla luce,
Tu vieni di un giorno più puro a inondare la mia palpebra;
E la speranza vicino a te, sognando su un sepolcro,
Appoggiata alla fede, mi apre un mondo più bello!
Vieni dunque, vieni a sciogliere le mie catene corporee,
Vieni, apri la mia prigione; vieni, prestami le tue ali,
Perché tardi? Appari; che io mi slanci finalmente
Verso questo essere sconosciuto, mio principio e mia fine!
Chi me ne ha distaccato? chi sono io, e cosa devo essere?
Io muoio e non so cosa sia nascere.
Tu, che invano interrogo, spirito, ospite sconosciuto,
Prima di animarmi, quale cielo abitavi?
Quale potere ti ha gettato su questo globo fragile?
Quale mano ti ha rinchiuso nella tua prigione d’argilla?
Per quali nodi stupendi, per quali segreti rapporti
Il corpo tiene a te come tu tieni al corpo?
Quale giorno separerà l’anima dalla materia?
Per quale nuovo palazzo lascerai la terra?
Hai tutto dimenticato? Al di là del sepolcro,
Rinascerai ancora in un nuovo oblio?
Ricomincerai una vita simile?
O nel seno di Dio, tua fonte e tua patria,
Affrancato per sempre dai tuoi legami mortali,
Goderai finalmente dei tuoi diritti eterni?
Sì, tale è la mia speranza, o metà della mia vita!
È per essa che già la mia anima rinvigorita
Ha potuto vedere senza spavento sui tuoi tratti incantevoli
Sfiorire della primavera i brillanti colori.
È per essa che trafitto dal dardo che mi lacera,
Ancora giovane, morendo mi vedrai sorridere,
E che lacrime di gioia ai nostri ultimi addii,
Al tuo ultimo sguardo, brilleranno nei miei occhi.
« Vana speranza! » esclamerà il gregge di Epicuro,
E colui la cui mano sezionando la natura,
In un angolo del cervello appena descritto,
Vede pensare la materia e vegetare lo spirito;
Insensato! diranno, che troppo orgoglio illude,
Guarda intorno a te: tutto comincia e tutto si consuma,
Tutto cammina verso un termine, e tutto nasce per morire;
In questi prati ingialliti tu vedi il fiore languire;
Tu vedi in queste foreste il cedro dalla fronte superba
Sotto il peso dei suoi anni cadere, strisciare sotto l’erba;
Nei loro letti prosciugati tu vedi i mari inaridire;
I cieli stessi, i cieli cominciano a impallidire;
Questo astro di cui il tempo ha nascosto la nascita,
Il sole, come noi, cammina verso la sua decadenza,
E nei cieli deserti i mortali smarriti
Lo cercheranno un giorno e non lo vedranno più!
Tu vedi intorno a te nella natura intera
I secoli ammucchiare polvere su polvere,
E il tempo, con un solo passo confondendo il tuo orgoglio,
Di tutto ciò che produce diventare il sepolcro.
E l’uomo, e l’uomo solo, o sublime follia!
In fondo al suo sepolcro crede ritrovare la vita,
E nel turbine al nulla portato.
Abbattuto dal tempo, sogna l’eternità!
Che un altro vi risponda, o saggi della terra!
Lasciatemi il mio errore: io amo, bisogna che io speri;
La nostra debole ragione si turba e si confonde.
Sì, la ragione tace: ma l’Istinto vi risponde.
Quanto a me, quando vedessi nelle celesti pianure,
Gli astri, allontanandosi dalle loro rotte certe,
Nei campi dell’etere l’uno contro l’altro urtati,
Percorrere a caso i cieli spaventati;
Quando udissi gemere e spezzarsi la terra;
Quando vedessi il suo globo errante e solitario
Fluttuante lontano dai soli, piangente l’uomo distrutto,
Perdersi nei campi dell’eterna notte;
E quando, ultimo testimone di queste scene funebri,
Circondato dal caos, dalla morte, dalle tenebre,
Solo io fossi in piedi: solo, malgrado il mio spavento,
Essere infallibile e buono, io spererei in te,
E, certo del ritorno dell’eterna aurora,
Sui mondi distrutti, ti aspetterei ancora!
Spesso, te ne ricordi, in quel felice soggiorno
Dove nacque da uno sguardo il nostro immortale amore,
Talvolta sulle sommità di queste rocce antiche,
Talvolta ai bordi deserti dei laghi malinconici,
Sull’ala del desiderio, lontano dal mondo portati,
Io sprofondavo con te in quelle oscurità.
Le ombre dalle lunghe pieghe discendenti dalle montagne,
Un momento ai nostri occhi nascondevano le campagne
Ma presto avanzandosi senza splendore e senza rumore
Il coro misterioso degli astri della notte,
Rendendoci gli oggetti velati alla nostra vista,
Dei suoi molli bagliori rivestiva la distesa;
Tale, nei nostri templi santi illuminati dal giorno,
Quando i raggi della sera impallidiscono a gradi,
La lampada, spandendo la sua pia luce,
Di un giorno più raccolto riempie il santuario.
Nella tua ebbrezza allora mi riportavi gli occhi,
E dai cieli alla terra, e dalla terra ai cieli;
Dio nascosto, dicevi, la natura è il tuo tempio!
Lo spirito ti vede ovunque quando il nostro occhio la contempla;
Delle tue perfezioni, che cerca di concepire,
Questo mondo è il riflesso, l’immagine, lo specchio;
Il giorno è il tuo sguardo, la bellezza il tuo sorriso
Ovunque il cuore ti adora e l’anima ti respira;
Eterno, infinito, onnipotente e tutto buono,
Questi vasti attributi non esauriscono il tuo nome;
E lo spirito, schiacciato sotto la tua sublime essenza,
Celebra la tua grandezza fin nel suo silenzio.
E tuttavia, o Dio! per la sua sublime legge,
Questo spirito abbattuto si slancia ancora a te,
E sentendo che l’amore è la fine del suo essere,
Impaziente di amare, brucia di conoscerti.
Tu dicevi: e i nostri cuori univano i loro sospiri
Verso questo essere sconosciuto che attestavano i nostri desideri;
In ginocchio davanti a lui, amandolo nelle sue opere,
E l’aurora e la sera gli portavano i nostri omaggi,
E i nostri occhi inebriati contemplavano a turno
La terra nostro esilio, e il cielo sua dimora.
Ah! se in quegli istanti in cui l’anima fuggitiva
Si slancia e vuole spezzare il seno che la cattura,
Questo Dio, dall’alto del cielo rispondendo ai nostri voti,
Di un dardo liberatore ci avesse colpiti entrambi!
Le nostre anime, con un solo balzo risalendo verso la loro fonte,
Insieme avrebbero valicato i mondi nella loro corsa
Attraverso l’infinito, sull’ala dell’amore,
Sarebbero salite come un raggio del giorno,
E, fino a Dio stesso arrivando smarrite,
Si sarebbero nel suo seno per sempre confuse!
Questi voti ci ingannavano? Al nulla destinati,
È per il nulla che gli esseri sono nati?
Condividendo il destino del corpo che la cela,
Nella notte del sepolcro l’anima si inghiotte?
Cade in polvere? o, pronta a volare,
Come un suono che non è più va a esalarsi?
Dopo un vano sospiro, dopo l’addio supremo
Di tutto ciò che ti amava, non c’è più nulla che ti ami?
Ah! su questo grande segreto non interrogare che te stesso!
Vedi morire ciò che ti ama, Elvira, e rispondimi!
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-limmortalita-alphonse-de-lamartine/
