L’Europa

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Una sera piena di chiarori e di nuvole d’oro,
Dal fondo dei cieli lontani, raggia nel cuore d’un porto
Lieve di alberi e greve di mostruosi navigli;
L’ombra è di porpora attorno alle aquile dell’Impero
Il cui bronzo gigante regna sulle case.
Si ascoltano balzare, nei loro campanili, le campane;
D’eroici drappi pendono dai frontoni vicini,
E la gloria in tumulto invade l’orizzonte.
Ed è l’ora in cui il sogno e lo sforzo si confondono,
In cui ci si attarda, guardando in lontananza il mare,
A sognare ciò che sono e l’uomo e l’universo
Grazie all’Europa intensa e signora del mondo.
Da cento e cento anni
Che il sangue scorre nel suo cuore ansante,
Sempre, nonostante i lutti e i flagelli voraci,
E le guerre che gridano l’odio attraverso i tempi,
Essa educò le sue razze
A non piantare mai
Gli alberi della loro forza e della loro volontà
Se non nel giardino chiuso delle realtà sicure.
Chiaroveggenza, metodo, ordine e misura;
Strade cui nessuna nebbia nasconde la fine;
Vendemmia immensamente e debitamente perseguita
Lungo i tralci chiari delle vigne della vita;
Calcolo nel lavoro universale che ribolle;
Fretta, calma, prudenza, audacia,
Febbre mescolata alla lentezza tenace,
O la complessa e formidabile ardore
Per le lotte e le conquiste
Che l’Europa porta nella sua testa
E tesaurizza nel suo cuore!
Essa è presente ovunque
E operante,
Gli occhi allucinati dai rossi tesori
Che nei loro recessi oscuri, profondi e meandrici,
Le montagne d’Asia e le foreste d’Africa
Non si sa dove, laggiù, le riservano ancora.
Gli alberi violenti delle foreste millenarie
Inchinano verso le sue mani i loro frutti deliziosi:
I pugni dei loro rami sembrano torcere i cieli
E la loro fronte ferma e alta urtare contro i tuoni.
Nel cuore degli arcipelaghi, essa esplora isole
Il cui suolo è striato d’amianto e d’argento
E i cui grandi fiori, ai venti delle sere, muovendosi,
Le presentano i loro succhi o i loro veleni docili.
I monti sono perforati e gli istmi fenduti
Perché vie d’acqua meno lunghe e meno disperse
Uniscano tra loro i porti meravigliosi della terra.
Persino la notte e le sue stelle feudatarie
Collaborano, lassù, con i loro fuochi uniti,
Alla marcia tranquilla, enorme e solitaria,
Dei grandi vascelli che puntano la prora sull’infinito;
E i mercanti di Londra e i sensali di Amburgo,
E quelli che sono partiti da Genova o da Marsiglia,
E gli avventurieri che l’audacia consiglia,
E i sapienti arditi e gli emigranti intorpiditi,
Tutti, ovunque sbarchino, passino, lottino, si stabiliscano,
Affidano ai suoli nuovi dei più lontani paesi,
Con la loro febbre attiva e il loro lavoro preciso,
Il grano che fece fiorire la loro anima occidentale.

O questi eroi d’Europa armati di progetti chiari,
Attivi nel trionfo, abili nelle avversità,
Cervelli dominatori di misfatti e di delitti,
Mani che agganciano la speranza alla forza unanime,
Costruttori abbagliati delle torri dell’avvenire
Dove le pietre d’argento delle più salde idee
Brillano, di vento, di spazio e di fuochi inondate,
Sono giganti per il loro ardore di tutto unire!
Dimenticherebbero se stessi nella loro opera feconda,
Se non fosse che al Nord, lassù, sotto le brume profonde,
Le banche di Glasgow, d’Anversa e di Francoforte
Spiano sempre, con i loro occhi di febbre e d’oro,
I loro gesti di ricercatori dispersi sul mondo.

La terra immensa e ricca e prodiga, la terra
Vivente è di colui che la detiene meglio
E la doma, sotto il suo sforzo vittorioso,
Come un cavallo fumante impennato nella luce.
E l’Europa che modellò nel corso dei tempi
La rozza Oceania e la giovane America,
Con le dita sapienti della sua forza lirica,
Prosegue, come un tempo, il suo lavoro esaltante.
I grandi laghi luminosi dei Conghi neri la tentano,
I vecchi deserti seminati di oasi e di tende,
L’equatore rosso e le sue flore d’oro squillanti.

Davanti alla maschera crudele dei feroci idoli,
Essa apporta d’un tratto nuove parole,
Essa dispiega in anime ancora cupe
L’ala oscura che sosterrà il loro primo slancio
E su fronti stretti e duri che impicciolisce
La schiavitù, la paura, lo spavento, la crudeltà,
La sua mano fa lentamente, ma sicuramente aleggiare
Qualche sogno futuro che sarebbe la giustizia.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-leuropa-emile-verhaeren/