Al mio amico ***

Poesi di Félix Arvers Epoca XIX secolo

Tu conosci l’amore e la sua ebbrezza,
conosci l’amore e le sue lotte;
conosci una voce che ti rivolge
quelle parole di ineffabile tenerezza
che non si dicono che a bassa voce.

Su un bel seno, la tua bocca errante
ha potuto infine riposarsi,
e su un labbro morente
sentire la dolcezza inebriante
che cela un primo bacio…

Padrone di quei beni che s’invidiano,
il tuo cuore è puro, i tuoi giorni sono pieni!
Schiava ai tuoi voti asservita,
la fortuna abbellisce la tua vita;
sai che ti si ama, e ti lamenti!

E ti lamenti! ed esageri
quei vaghi fastidi di un momento,
quei dispiaceri, quei dolori leggeri,
e quelle pene così passeggere
che non si possono soffrire che amando!

E piangi! e rimpiangi
quell’effusione amorosa!
Perché quei mali che ti prepari?
Serba quei lamenti indiscreti
e quelle lacrime per gli infelici!

Per me, la cui anima sfiorita
non ha mai ricevuto un giuramento,
come un esule senza patria,
per me, che una voce intenerita
non ha mai chiamato dolcemente,

Nessuno che degni ascoltarmi,
unirsi al mio destino che sanguina,
e mi interroghi con aria tenera,
perché mi sono fatto attendere
un giorno intero senza venire.

Nessuno che mi raccomandi
di restare solo pochi istanti
fuori di casa; che mi rimproveri
quando rientro e mi domandi
dove sono stato così a lungo.

Mai un alito carezzevole
che, di notte, venga a inebriarmi;
nessuno la cui mano premendo
cerchi la mia, e di cui io senta
sul mio cuore le braccia chiudersi!

Una volta però — quattro anni
avrebbero dunque cancellato
ciò che quelle ore fortunate
circondate d’illusioni
in fondo all’anima mia hanno lasciato?

Oh! è che ella era così bella!
Sia che aprisse i suoi occhi così grandi,
sia che la sua palpebra indebolita
come un velo che si dispiega
spegnasse i suoi sguardi moribondi!

— Osai concepire la speranza
che i destini meno nemici,
prendendo pietà della mia sofferenza,
venissero a darmi la certezza
di una felicità che avrebbero permesso:

L’ora che avevo atteso,
la felicità che avevo sognato
è fuggita dalla mia anima smarrita,
come una nota sospesa,
come un sorriso incompiuto!

Ella non si è ricordata
del mondo che non la vide;
nulla ha segnalato la sua venuta,
è passata, umile, sconosciuta,
senza lasciare traccia dei suoi passi.

Da allora, triste e monotona,
ogni giorno comincia e finisce:
nulla mi commuove, nulla mi stupisce,
come un ultimo raggio d’autunno
vedo la mia fronte ingiallire.

E lungi da tutti, quando il mistero
dell’avvenire si è richiuso,
fuggo, esule volontario!
— Non v’è che una felicità sulla terra,
quella di amare e di essere amati.

Arvers Félix

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-a-mon-ami-arvers-felix/