L’Aquila dava la caccia a mastro Gian Coniglio,
che dritto alla sua tana fuggiva in gran fretta.
Il buco dello Scarabeo si trova sul cammino.
Lascio pensare se quel rifugio
fosse sicuro; ma dove meglio? Gian Coniglio vi si rannicchia.
L’Aquila piombando su di lui nonostante quell’asilo,
lo Scarabeo intercede, e dice:
« Principessa degli Uccelli, vi è assai facile
portar via malgrado me questo povero infelice;
ma non mi fate questo affronto, ve ne prego;
e poiché Gian Coniglio vi chiede la vita,
dategliela, di grazia, o toglietela a entrambi:
è mio vicino, è mio compare. »
L’uccello di Giove, senza rispondere una sola parola,
colpisce con l’ala lo Scarabeo,
lo stordisce, lo costringe a tacere,
porta via Gian Coniglio. Lo Scarabeo indignato
vola al nido dell’uccello, fracassa, in sua assenza,
le sue uova, le sue tenere uova, la sua più dolce speranza:
neppure una sola fu risparmiata.
L’Aquila essendo di ritorno, e vedendo quel disastro,
riempie il cielo di grida; e per colmo di rabbia,
non sa su chi vendicare il torto che ha sofferto.
Si lamenta invano: il suo lamento si perde al vento.
Dovette per quell’anno vivere in madre afflitta. L’anno seguente, fece il nido più alto.
Lo Scarabeo coglie il momento, fa saltare le uova:
la morte di Gian Coniglio di nuovo è vendicata.
Questo secondo lutto fu tale, che l’eco di quei boschi
non ne dormì per più di sei mesi.
L’Uccello che porta Ganimede
del monarca degli Dei infine implora l’aiuto,
depone in grembo a lui le sue uova, e crede che in pace
saranno in quel luogo; che, per i suoi interessi,
Giove si vedrà costretto a difenderle:
ardito chi andrebbe là a prenderle.
Né infatti ve le presero.
Il loro nemico cambiò tono,
sulla veste del Dio fece cadere una lordura:
il dio scuotendola gettò le uova a terra.
Quando l’Aquila seppe l’inavvertenza,
minacciò Giove
di abbandonare la sua Corte, di andare a vivere nel deserto,
con molte altre stravaganze.
Il povero Giove tacque:
davanti al suo tribunale lo Scarabeo comparve,
fece la sua querela, e raccontò l’affare.
Si fece intendere all’Aquila infine che aveva torto.
Ma i due nemici non volendo accordo,
il Monarca degli Dei pensò, per ben fare,
di trasportare il tempo in cui l’Aquila fa l’amore
in un’altra stagione, quando la razza Scarabeo
è in quartiere d’inverno, e, come la Marmotta,
si nasconde e non vede il giorno.
Jean de La Fontaine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-laquila-e-lo-scarabeo-jean-de-la-fontaine/
