Ella aveva diciannove anni. Io, tredici. Ella era bella ;
Io, brutto. Indifferente, ? e io mi uccidevo…
Sognatore cupo e ardente, mi uccidevo per lei.
Timido, concentrato, folle, mi estenuavo…
I miei occhi neri e battuti facevano paura a mia madre ;
La mia pallida fronte aveva tutto a un tratto dei rossori
Che mi salivano dal cuore come un fuoco esce dalla terra !
Credevo di avere due cuori.
Uno non bastava per lei. Il mio petto
Sembrava sotto quei due cuori dover un giorno aprirsi
E gettarli entrambi sotto il suo fiero stivaletto,
Perché ella potesse calpestare meglio il suo martire !
O della pubertà la terribile demenza !
Chi non li conobbe, questi amori di tredici anni ?
Solfatare del cuore che bruciano in silenzio,
Incendi, soffocamenti !
Passavo tutti i miei giorni a non guardare che lei…
E la sera, i miei due occhi, chiusi come due braccia,
La portavano, per la mia notte, in fondo alla loro pupilla…
Ah ! lo sguardo fa tutto, quando il cuore non osa !
Lo sguardo, questo audace e questo codardo, nelle sue febbri,
Scolpisce il corpo amato sotto la veste, in disparte…
Il nostro cuore, le nostre due mani, e soprattutto le nostre due labbra,
Noi le mettiamo in uno sguardo !
Ma un giorno le misi altrove… e nella mia vita,
Colpo di fulmine ricevuto non ha fumato più a lungo !
È quando ella mi disse : « Cugino, ve ne prego… »
Poiché eravamo entrambi familiari e parenti ;
Poiché questo primo amore, di cui ci resta il segno
Come l’incisione, ahimè ! del collare resta al collo,
Sembra che il Diavolo vi mescoli un sapore d’incesto
Perché sia più ebbro e più folle !
E era un : « Voglio ! » quel : « Ve ne prego !
Andiamo a vedere il cavallo che addomesticate per me… »
Ella entrò arditamente nell’alta scuderia,
E io, la seguii, turbato da un vago spavento…
Eravamo soli ; il luogo era grande e pieno d’ombra,
E il cavallo, sellato come per una partenza,
Ardente alla mangiatoia, scalpitava nella penombra…
? Le mie due labbra nel mio sguardo
Si incollavano al suo corpo, ? il suo corpo, mia frenesia !
Fermato davanti a me, inarcato, voluttuoso,
Che non sospettava che io consumavo la mia vita
Sui suoi contorni, stretti e mangiati dai miei occhi !
Ella aveva del mattino la sua veste bianca e verde,
E la sua testa era nuda, e i suoi forti capelli neri
Torti, ammassati, lisciati senza un ricciolo aperto,
Avevano dei bagliori di specchi !
Ella si voltò : « Mio cugino », mi disse
Semplicemente, ? con quel tono che ci fa tanto male !
« Non siete abbastanza forte per mettermi in sella ?… »
Non risposi punto, ? ma la misi a cavallo
D’un solo balzo !… con la rapidità del sogno,
E, cingendo i suoi garretti con le mie braccia sperdute,
Le dissi, inebriato dal fardello che sollevo :
« Perché non pesate di più ? »
Poiché non si ha mai troppo della donna che si ama
Sul cuore, ? nelle braccia, ? ovunque, ? e si vorrebbe
Spesso morire spasimante… spasimante sotto il peso stesso
Di quel corpo, denso e caldo, che ci schiaccerebbe !
La tenevo sempre sotto i suoi garretti ; ? la sella
Aveva ricevuto quel peso che me ne rendeva geloso,
E la guardavo, nella mia ebbrezza di lei,
La mia bocca sfiorando le sue ginocchia ;
La mia bocca che si seccava di desiderio, folle, avida…
Ma Ella, indifferente nella sua tranquillità,
Tendeva sognante le redini della briglia,
Callipigia superba, seduta di lato ! ?
Cadendo su di me dall’alto, riversando la loro fiamma,
I suoi occhi neri, molto coperti dalle sue nere ciglia abbassate,
Mi bruciavano fino al sangue, fino alle ossa, fino all’anima,
Senza che io gridassi loro : « Basta ! »
E il desiderio, martirio insieme e delizia,
Mi copriva dei suoi lunghi brividi interrotti ;
E provavo allora quel strano supplizio
Dell’uomo che può tutto… e tuttavia non ne può più !
A tenere sulle mie braccia la sua coscia rimbalzante,
La mia testa se ne andava, ? turbinava, ? ero folle !
E osai piantarle un bacio… d’incendio
Sulla rotondità del suo ginocchio !
E quel bacio la fece gridare come una fiamma
Che l’avesse morsa al cuore, al seno, al fianco, ovunque !
E quel bacio caduto su un ginocchio di donna
Dalla veste velato, poi quel grido… fu tutto !
Fu tutto quel giorno. ? Rigida sulla sua sella,
Ella aveva preso la mia fronte e aveva scostato
Con le sue tranquille mani, quella fronte, quella fronte piena di lei,
Ribelle che ella aveva domato !
E fu tutto da allora, ? e sempre. La nostra vita
Se ne andò biforcandosi per strade diverse.
Forse ella dimenticò, quell’istante di follia,
In cui il vederla così mise la mia anima a rovescio !
Ella dimenticò. Io, no. E nessuna di quelle donne
Che, da allora, mi hanno meglio passato le braccia al collo,
Strappò dalle mie labbra, con la sua labbra in fiamme,
L’impressione di quel ginocchio !
Jules Barbey d’Aurevilly
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-tredici-anni-jules-barbey-d-aurevilly/
