CHE LA MUSICA DATA DAL SEDICESIMO SECOLO
I
O voi, miei vecchi amici, un tempo sì giovani,
Che come me avete portato il peso dei giorni,
Che di più d’un rimpianto battete la tomba sorda,
E che camminate curvi, ché la saggezza è pesante;
Amici miei! chi di voi, chi di noi non ha spesso,
Quando il lutto dall’occhio asciutto, dal volto sognante,
Quest’amico severo che ferisce e si riverisce,
Aveva sulla nostra fronte posato la sua mano severa,
Chi di noi non ha cercato la calma in un canto!
Chi non ha, come una sorella che guarisce toccando,
Lasciato la melodia entrare nel suo pensiero!
E, senza urtare dei morti la memoria cullata,
Non ha ritrovato il riso e le lacrime insieme
Tra gli strumenti, i flauti e le voci!
Chi di noi, quando su lui qualche dolore si dissolve,
Non si è insinuato, vibrante al soffio della folla,
Nel teatro colmo di confuse voci!
Come un sospiro talvolta si perde tra le grida,
Chi non ha gettato la sua anima, a quelle anime mescolata,
Nell’orchestra dove freme una musica alata,
Dove la marcia guerriera si spegne in canto d’amore,
Dove il basso piangendo placa il tamburo!
II
Ascoltate! ascoltate! del maestro che palpita,
Su tutti i violini l’archetto si precipita.
L’orchestra fremente ride nella sua nera spelonca.
Tutto parla. Così si sente senza vederli,
La sera, quando la campagna leva un sordo mormorio,
Ridere i vendemmiatori in una vigna matura.
Come sulla colonna un fragile capitello,
Il flauto sbocciato è salito sull’alto.
Le scale, caste sorelle nascoste nel vapore,
Svuotano e riempiono le loro anfore inclinate,
Si tengono per mano e cantano a turno.
Mentre un vento leggero fa ondeggiare intorno,
Come un velo folleggiante intorno a un divino gruppo,
Quei merletti di suono che il piffero ritaglia.
Cielo! ecco il chiarino che suona. A quella voce,
Tutto si sveglia di soprassalto, tutto balza a un tratto.
La cassa dai mille echi, battendo i suoi fianchi enormi,
Fa urlare il gregge degli strumenti deformi,
E l’aria si riempie di accordi furiosi e sibilanti
Che i serpenti di rame hanno torto nei loro fianchi.
Vasto tumulto dove passa un oboe che sospira!
D’improvviso dall’alto in basso il sipario si squarcia;
Più oscura e più viva all’occhio che una foresta,
Tutta la sinfonia in un inno appare.
Poi, come in un caos che riprendesse un mondo,
Tutto si perde nelle pieghe d’una bruma profonda.
Ogni forma del canto passa dicendo: Basta!
I suoni scintillanti si spengono dispersi.
Una notte che spande i suoi vapori ingranditi
Cancella il contorno delle vaghe melodie,
Come scialuppe di cui l’acqua copre gli alberi;
E la stretta, gettando sul loro confuso ammasso
I suoi tremanti bagliori largamente spiegati,
Ricade in quell’ombra in grappoli stellati!
O concerto che s’invola in fiamma a tutti i venti!
Abisso dove il crescendo gonfia i suoi flutti mobili!
Come l’anima si commuove! come i cuori ascoltano!
E come quest’archetto da cui le note stillano,
Talvolta nella luce e talvolta nella notte,
Muove con fierezza questo uragano di rumore!
III
Possente Palestrina, vecchio maestro, vecchio genio,
Vi saluto qui, padre dell’armonia,
Poiché, come un grande fiume dove bevono gli uomini,
Tutta questa musica è scorsa nelle vostre mani!
Poiché Gluck e Beethoven, rami sotto cui si sogna,
Sono nati dal vostro ceppo e fatti della vostra linfa!
Poiché Mozart, vostro figlio, ha preso sui vostri altari
Questa nuova lira ignota ai mortali,
Più tremante dell’erba al soffio delle aurore,
Nata nel sedicesimo secolo tra le vostre dita sonore!
Poiché, maestro, è a voi che vanno tutti i nostri sospiri,
Non appena una voce canta e un’anima risponde!
Oh! quel maestro, simile al creatore che fonda,
Come dice di sgorgare dalla sua testa profonda
Quest’universo di suoni, dolce e oscuro a un tempo,
Eco del Dio nascosto di cui il mondo è la voce?
Dove quel giovane, figlio della bionda Italia,
Prese quest’anima immensa e fino ai bordi colma?
Qual soffio, qual lavoro, qual intuizione,
Fece di lui quel gigante, dio dell’emozione,
Verso cui si volge l’occhio che piange e si asciuga,
Su cui tutto un lato del cuore umano si appoggia?
Da dove gli viene questa voce che si ascolta in ginocchio?
E chi dunque versa in lui ciò che egli riversa in noi?
IV
O mistero profondo delle infanzie sublimi!
Chi fa nascere il fiore sul pendio degli abissi,
E il poeta sul bordo delle scure passioni?
Qual dio gli turba l’occhio di strane visioni?
Qual dio gli mostra l’astro in mezzo alle tenebre,
E, come sotto un crespo dalle pieghe nere e funebri
Si vede d’una bellezza il sorriso inebriante,
L’ideale attraverso il reale trasparente?
Chi dunque prende per mano un fanciullo fin dall’aurora
Per dirgli: — Nella tua anima non è ancora giorno.
Fanciullo dell’uomo! prima che del suo fuoco vincitore
Il mezzogiorno della vita abbia inaridito il tuo cuore,
Vieni, ti schiuderò delle profondità senza numero!
Vieni, riempirò di chiarità i tuoi occhi pieni d’ombra!
Vieni, ascolta con me ciò che altrove si spiega,
Il balbettio confuso delle sfere e dei fiori;
Poiché, fanciullo, astro nel cielo o rosa nella siepe,
Ogni cosa innocente come te balbetta!
Tu sarai il poeta, un uomo che vede Dio!
Non temere la scienza, aspro sentiero di fuoco,
Strada austera, è vero, ma dai grandi cuori scelta,
Che la religione e che la poesia
Costeggiano da entrambi i lati col loro cespuglio fiorito.
Quando puoi lungo il cammino, o bel fanciullo caro,
Cogliere il biancospino e le campanelle azzurre,
Il tuo piccolo passo gioca con le grandi leghe.
Non temere dunque la noia né la fatica. — Vieni!
Ascolta la natura dai vaghi colloqui.
Senti sotto ogni oggetto sgorgare la parabola.
Sotto l’essere universale vedi l’eterno simbolo,
E l’uomo e il destino, e l’albero e la foresta,
Le nere tombe, solchi dove germoglia il rimpianto;
E, come ai nostri dolori dei rami attaccate,
Le consolazioni sulla nostra fronte chinata,
E, simile allo spirito del giusto radioso,
Il sole, questa gloria sbocciata nei cieli!
V
Dio! quante voci gioiose e meste
Palestrina dovette udire, nell’uomo e nelle cose!
Come si sente che a quell’età in cui il nostro cuore sorride,
In cui egli già pensava, ha nella sua mente
Portato, come un fiume dall’onda fuggitiva,
Tutto ciò che gli gettava la nuvola o la riva!
Come si è passeggiato, tutto fanciullo, tutto pensoso,
Nei campi, e, fin dall’alba, in fondo al bosco massiccio,
E presso il precipizio, spavento delle madri!
A turno annegato d’ombra, abbagliato di chimere,
Come apriva la sua anima quando la primavera
Bagna la riva in fiore nell’acqua degli stagni chiari,
Che l’edera risale ai rami prediletti,
Che l’erba ai bottoni d’oro mescola le margherite!
A quell’ora indecisa in cui il giorno sta per morire,
In cui tutto s’addormenta, il cuore dimenticando di soffrire,
Gli uccelli di cantare e i greggi di pascolare,
Quante volte sotto i suoi occhi un carro campestre,
Gruppo vivente di rumore, di cavalli e di voci,
Ha salito sul fianco del colle nei boschi
Qualche strada scavata tra le ocre gialle,
Mentre, presso un’acqua che fuggiva sotto gli ontani,
Egli ascoltava gemere nelle brume della sera
Una campana rauca in fondo a una valle nera!
Quante volte, spiando il rumore dei casolari,
Il filo d’erba beffardo che fischia tra due pietre,
Il grido lamentoso dell’aratro gemente e trascinato,
Il nido che cinguetta in fondo al chiostro in rovina
Da cui l’ombra si spande sulle tombe dei monaci,
Il campo dorato dall’alba dove conversano le avene
Che per vederci passare, come un popolo felice,
Si chinano in tumulto al bordo della strada cava,
L’ape che gioiosamente canta e parla alla rosa,
Tra tutti questi oggetti di cui l’essere si compone,
Quante volte egli sognò, scrutatore tenebroso,
Cercando di spiegarsi ciò che essi si dicevano tra loro!
E ogni sera, dopo le sue lunghe passeggiate,
Lasciando sotto i balconi ridere le serenate,
Quando se ne tornava contento, grave e muto,
Qualcosa di più nel suo cuore si moveva.
Mosca, aveva il suo miele; arbusto, la sua rugiada.
Giunse per gradi a che nel suo pensiero
Tutto vivesse. — Santo lavoro che i poeti fanno! —
Nella sua testa, simile all’universo profondo,
L’aria correva, gli uccelli cantavano, la fiamma e l’onda
Si curvavano, la messe indorava la terra bionda,
E i tetti e i monti e l’ombra che discende
Si mescolavano, e la sera veniva, oscura e cacciando
La bestia verso la sua tana e l’uomo verso il suo giaciglio,
E le alte foreste, che un vento del cielo agita,
Liete di rinascere al partire degli inverni,
Scuotevano follemente i loro grandi pennacchi verdi!
Così spirito, forma, ombra, luce e fiamma,
L’urna del mondo intero si effuse nella sua anima!
VI
Né pittore, né scultore! Fu musicista.
Venne, nuovo Orfeo, dopo l’Orfeo antico;
E, come l’oceano non porta che la sua onda,
Non portò che l’arte del mistero e del vago!
La lira che sommessamente piange cantando ad alta voce!
Che versa a tutti un suono in cui ciascuno trova una parola!
Il liuto dove si traduce, più ineffabile ancora,
Il sogno inespresso che si cancella all’aurora!
Poiché non vedeva nulla dall’angolo scintillante,
Poiché il suo spirito, del mondo immenso e brulicante
Che per i suoi occhi nuotava nell’ombra indefinita,
Spegneva il colore e traeva l’armonia!
Così sempre il suo inno, scendendo dai cieli,
Penetra nello spirito dal lato pio,
Come un raggio delle notti da una vetrata di chiesa!
Ascoltando i suoi canti che l’anima idealizza,
Sembra, a quegli accordi che, fino al cuore toccando,
Fan sorridere il giusto e pensar il malvagio,
Che si respiri un profumo di incensieri e di ceri,
E si crede vedere passare uno di quegli angeli-vergini
Come ne sognava Giotto, come Dante ne vedeva,
Esseri sereni posati su questo mondo inquieto,
Dalla pupilla azzurra, dalla veste d’opale,
Che, mentre in mezzo a un azzurro già pallido
Il punto d’oro d’una stella scoppia all’oriente,
In un bel campo di trifoglio errano sorridendo!
VII
Beati quelli che vivevano in questo secolo sublime
In cui, del genio umano indorando ancora la cima,
Il vecchio sole gotico all’orizzonte moriva!
In cui già, nella notte portando il suo segreto,
La cattedrale morta in un suolo infedele
Non faceva più sgorgare chiese intorno a sé!
Essere immenso ostruito ancora a tutti i gradi,
Come una Babele dai dintorni ingombri,
Di maschi, di campanili, di frecce slanciate,
Di edifici costruiti per tutti i pensieri;
Di genio e di pietra enorme ammassamento;
Vasto cumulo da cui il giorno se ne andava lentamente!
Secolo misterioso in cui la scienza oscura
Dell’antico Dedalo agonizzava nell’ombra,
Mentre all’altro capo dell’orizzonte confuso,
Tra Tasso e Lutero, questi due querce frondose,
Serena, e imbiancando della sua luce pura
La tua cupola meravigliosa, o santa Architettura,
In quel cielo, che Alberto Dürer ammirava in disparte,
La Musica saliva, questa luna dell’arte!
29 marzo 1837.
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-che-la-musica-data-dal-sedicesimo-secolo-victor-hugo/
