Filosofia

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Meditazioni poeticheEpoca XIX secolo

(Al Marchese di L.M.F)

Oh! chi mi porterà verso le tiepide rive,
Dove l’Arno coronato dalle sue pallide ombre,
Alle mura dei Medici arrestato nel suo corso,
Riflette il palazzo abitato da un saggio,
E sembra, al mormorio lusinghiero della sua onda più lenta,
Mormorare i grandi nomi di Petrarca e di Dante?
O piuttosto, perché non posso, al dolce cader del giorno,
Quando il fronte sollevato dal fardello della corte,
Tu vai sotto i tuoi boschetti a cercare la tua Egèria,
Seguire, sognando, i tuoi passi di prato in prato;
Fino all’umile tetto abbellito dalle tue mani,
Dove corri ad adorare il silenzio e l’oblio!
Anch’io adoro quegli dèi: da quando la saggezza
Ai raggi della sventura ha maturato la mia giovinezza,
Per nutrire la mia ragione dei soli frutti immortali,
Vi cerco sospirando l’ombra dei loro altari;
E, se c’è sulla cima della verde collina,
Se c’è sul pendio del colle che s’inclina,
Se c’è sulle rive deserte del torrente ignorato
Qualche rustico rifugio, circondato di verde,
Di cui il pampino arrotondato sulla soglia domestica
Disegna serpeggiando il flessibile portico;
Simile alla colomba errante sulle acque,
Che, dai cedri d’Arar scoprendo i rami,
Volò sulla loro cima a posare i suoi piedi di rosa,
Subito la mia anima errante vi vola e vi si riposa!
Così, mentre ammesso nei consigli dei re,
Rappresentante d’un maestro onorato dalla sua scelta,
Tu tieni uno dei grandi fili della trama del mondo;
Io, tra i pastori, seduto sulle rive dell’onda,
Seguo con occhio sognante le barche sulle acque;
Ascolto i sospiri del vento tra i canneti;
Indolentemente coricato presso il letto delle fontane,
Seguo l’ombra che gira intorno al tronco delle querce,
O incido un vano nome sulla corteccia dei boschi,
O parlo all’eco che risponde alla mia voce,
O nel vago azzurro contemplando le nuvole,
Lascio errare come loro le mie fluttuanti immagini;
La notte cade, e il Tempo, col suo dito temuto,
Mi segna un giorno di più che non ho contato!

Qualche volta soltanto quando la mia anima oppressa
Sente in ritmi numerosi traboccare il mio pensiero;
Al soffio ispiratore della sera nei deserti,
La mia lira abbandonata esala ancora dei versi!
Amo sentire questi frutti d’una linfa più matura,
Cadere, senza che si colgano, a piacere della natura,
Come il selvatico scosso dai venti,
Sui prati appassiti, dai suoi rami mobili
Lascia cadere quei frutti che il ramo abbandona,
E che muoiono ai piedi dell’albero che li dona!
Vi fu un tempo, forse, in cui i miei giorni meglio riempiti,
Dalla gloria illuminati, dall’amore abbelliti,
E fuggendo lontano da me su ali rapide,
Nella notte del passato non cadevano così vuoti.
Alle dubbie luci dell’umana ragione,
Smarrito nei cieli sulle tracce di Platone,
Con la mia propria virtù cercavo di conoscere
Se l’anima è in effetti un soffio del grande essere;
Se questo raggio diverso, racchiuso nell’argilla,
Deve essere dalla morte spento o riacceso;
Se deve dopo mille anni rivivere sulla terra;
O se, cambiando sette volte di destini e di sfera,
E salendo di astro in astro al suo centro divino,
D’un fine che fugge sempre si avvicina senza fine?
Se in questi cambiamenti i nostri ricordi sopravvivono?
Se le nostre cure, i nostri amori, se le nostre virtù ci seguono
Se c’è un giudice seduto alle porte degli inferi,
Che separa per sempre i giusti dai perversi?
Se ci sono sante leggi che, emanate dal cielo,
Degli imperi mortali prolungano gli anni,
Gettano un freno al popolo indocile alla loro voce,
E pongono l’equità sotto la guardia dei re?
O se d’un dio che dorme l’accecata noncuranza
Lascia a piacere del destino vacillare la sua bilancia,
E abbandona, distogliendo gli occhi indifferenti,
La natura al caso, e la terra ai tiranni?
Ma come dai cieli, dove il suo volo si spiega,
L’aquila spesso ingannata ridiscende senza la preda,
In queste vaste altezze dove il mio occhio si portò
Non ho scoperto nulla che dubbio e vanità!
E stanco d’errare senza fine in campi senza limite,
Al solo giorno in cui vivo, alla sola riva che abito,
Ho limitato ormai il mio pensiero e le mie cure:
Purché un dio nascosto provveda ai miei bisogni!
Purché tra le braccia d’una sposa amata
Gusti oscuramente i dolci frutti della mia vita!
Che il rustico recinto piantato dai miei padri
Mi dia un tetto d’inverno, e ombra d’estate;
E che da figli felici la mia tavola coronata
D’un convitato di più si popoli ogni anno!
Amico! non andrò più a rapire così lontano da me,
Nei segreti di Dio questi come; questi perché,
Né col risibile sforzo del mio debole genio,
Aiutare penosamente la saggezza infinita!
Vivere è bastante per noi; un più saggio l’ha detto:
La cura di ogni giorno a ogni giorno basta.
Umile, e del santo dei santi rispettando i misteri,
Ereditai l’innocenza e il dio dei miei padri;
Inchinando la fronte elevo a lui le braccia,
Poiché la terra l’adora e non lo comprende:
Simile all’Alcione, che il mare dorma o tuoni,
Che nel suo nido fluttuante si addormenta in pace sull’onda,
Riposando su Dio della cura di guidarmi
A quel porto invisibile dove tutto deve approdare,
Lascio il mio spirito, libero da inquietudine,
D’una facile felicità facendo la sua sola cura,
E prestando senza orgoglio la vela a tutti i venti,
Gli occhi rivolti a lui, seguire il corso del tempo.

Tu, che a lungo battuto dai venti e dalla tempesta,
Godendo oggi di questo cielo senza nuvole,
Dal seno del tuo riposo contempli con lo stesso occhio
Le nostre sventure senza disdegno, i nostri errori senza orgoglio;
Di cui la ragione facile, e casta senza rudezza,
Dei saggi del tuo tempo ha preso solo la saggezza,
E che ricevesti dall’alto questo dono misterioso
Di parlare ai mortali nella lingua degli dèi;
Da queste rive incantate dove la tua voce mi invita,
Dove scorre a flotti puri l’autunno della tua vita,
Dove le acque e i fiori, e l’ombra, e l’amicizia,
Dei tuoi giorni indolenti usurpano la metà,
In questi versi ineguali che la tua musa intreccia,
Dicci, come un tempo ci avrebbe detto Orazio,
Se l’uomo deve combattere o seguire il suo destino?
Se mi sono ingannato di meta o di cammino?
Se c’è verso la saggezza un’altra strada da seguire?
E se l’arte d’essere felici non è tutta l’arte di vivere.

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-filosofia-alphonse-de-lamartine/