Pensiero dei morti

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Armonie poetiche e religioseEpoca XIX secolo

Ecco le foglie senza linfa
Che cadono sul prato,
Ecco il vento che si leva
E geme nella valle,
Ecco l’errante rondine
Che sfiora con l’estremità dell’ala:
L’acqua dormiente delle paludi,
Ecco il fanciullo delle capanne
Che spigola sulle brughiere
Il legno caduto delle foreste.

L’onda non ha più il mormorio,
Con cui incantava i boschi;
Sotto rami senza verdura.
Gli uccelli non hanno più voce;
La sera è vicina all’aurora,
L’astro appena è sorto
Che già va a terminare il suo giro,
Getta a intervalli
Un’ora di pallida chiarità
Che ancora si chiama un giorno.

L’alba non ha più zefiro
Sotto le sue nuvole dorate,
La porpora della sera spira
Sui flutti scoloriti,
Il mare solitario e vuoto
Non è che un deserto arido
Dove l’occhio cerca invano lo schifo,
E sulla spiaggia più sorda
L’onda tempestosa e greve
Non ha che un mormorio lamentoso.

La pecora sulle colline
Non trova più l’erba,
Il suo agnello lascia ai pruni
I brandelli del suo vello,
Il flauto dagli accordi campestri
Non rallegra più i faggi
Con arie di gioia o d’amore,
Ogni erba nei campi è spigolata:
Così finisce un anno,
Così finiscono i nostri giorni!

È la stagione in cui tutto cade
Ai colpi raddoppiati dei venti;
Un vento che viene dalla tomba
Miete anche i viventi:
Cadono allora a migliaia,
Come la piuma inutile
Che l’aquila abbandona ai venti,
Quando piume nuove
Vengono a riscaldare le sue ali
All’avvicinarsi degli inverni.

È allora che la mia palpebra
Vi vide impallidire e morire,
Teneri frutti che alla luce
Dio non ha lasciato maturare!
Benché giovane sulla terra,
Sono già solitario
Tra quelli della mia stagione,
E quando dico a me stesso:
Dove sono quelli che il tuo cuore ama?
Guardo il prato.

La loro tomba è sulla collina,
Il mio piede la conosce; eccola!
Ma la loro essenza divina,
Ma loro, Signore, sono là?
Fino alla spiaggia indiana
Il colombo porta un messaggio
Che riporta ai nostri climi;
La vela passa e ripassa,
Ma dal suo stretto spazio
La loro anima non ritorna.

Ah! quando i venti dell’autunno
Fischiano nei rami morti,
Quando il filo d’erba rabbrividisce,
Quando il pino rende i suoi accordi,
Quando la campana delle tenebre
Bilancia i suoi rintocchi funebri,
La notte, attraverso i boschi,
A ogni vento che si leva,
A ogni flutto sulla spiaggia,
Dico: Non sei tu la loro voce?
Almeno se la loro voce così pura
È troppo vaga per i nostri sensi,
La loro anima in segreto mormora
Accenti più intimi;
In fondo ai cuori che sonnecchiano,
I loro ricordi che si destano
Si affollano da ogni parte,
Come aride foglie
Che riportano le tempeste
Al tronco che le ha portate!

È una madre rapita
Ai suoi figli dispersi,
Che tende dall’altra vita
Quelle braccia che li hanno cullati;
Baci sono sulla sua bocca,
Su quel seno che fu la loro culla
Il suo cuore li richiama a sé;
Le lacrime velano il suo sorriso,
E il suo sguardo sembra dire:
Vi amano come me?

È una giovane fidanzata
Che, la fronte cinta dal nastro,
Non portò che un pensiero
Della sua giovinezza nella tomba;
Triste, ahimè! persino nel cielo stesso,
Per rivedere colui che ama
Torna sui suoi passi,
E gli dice: La mia tomba è verde!
Su questa terra deserta
Che aspetti? Io non ci sono!

È un amico dell’infanzia,
Che nei giorni oscuri della sventura
Ci prestò la Provvidenza
Per sostenere il nostro cuore;
Non è più; la nostra anima è vedova,
Ci segue nella nostra prova
E ci dice con pietà:
Amico, se la tua anima è piena,
Della tua gioia o del tuo dolore
Chi ne porterà la metà?

È l’ombra pallida di un padre
Che morì nominandoci;
È una sorella, è un fratello,
Che ci precede di un momento;
Sotto la nostra felice dimora,
Con colui che li piange,
Ahimè! dormivano ieri!
E il nostro cuore dubita ancora,
Che il verme già divori
Questa carne della nostra carne!

Il bambino che la morte crudele
Ha appena svuotato la culla,
Che cadde dalla mammella
Al letto gelido della tomba;
Tutti quelli infine la cui vita
Un giorno o l’altro rapita,
Porta via una parte di noi,
Mormorano sotto la polvere:
Voi che vedete la luce,
Vi ricordate di noi?

Ah! voi piangere è la felicità suprema
Mani care di chiunque ha lacrime!
Dimenticarvi è dimenticare se stessi:
Non siete voi un frammento dei nostri cuori?

Avanzando nel nostro oscuro viaggio,
Del dolce passato l’orizzonte è più bello,
In due metà la nostra anima si divide,
E la migliore appartiene alla tomba!

Dio del perdono! loro Dio! Dio dei loro padri!
Tu che la loro bocca ha così spesso nominato!
Ascolta per loro le lacrime dei loro fratelli!
Preghiamo per loro, noi che essi hanno tanto amato!

Ti hanno pregato durante la loro breve vita,
Hanno sorriso quando li hai colpiti!
Hanno gridato: Sia benedetta la tua mano!
Dio, tutta speranza! li avresti ingannati?

E tuttavia perché questo lungo silenzio?
Ci avrebbero dimenticati senza ritorno?
Non amano più? Ah! questo dubbio ti offende!
E tu, mio Dio, non sei tutto amore?
Ma, se parlassero all’amico che li piange,
Se ci dicessero come sono felici,
Dei tuoi disegni anticiperemmo l’ora,
Prima del tuo giorno voleremmo verso di loro.

Dove vivono? Quale astro, alla loro palpebra
Diffonde un giorno più durevole e più dolce?
Vanno a popolare quelle isole di luce?
O planano tra il cielo e noi?

Sono immersi nell’eterna fiamma?
Hanno perduto quei dolci nomi di quaggiù,
Questi nomi di sorella e di amante e di sposa?
A questi richiami non risponderanno?

No, no, mio Dio, se la celeste gloria
Avesse loro rapito ogni ricordo umano,
Ci avresti tolto la loro memoria;
Le nostre lacrime su di loro scorrerebbero invano?

Ah! nel tuo seno che la loro anima si immerga!
Ma conservaci i nostri posti nel loro cuore;
Essi che un tempo hanno gustato la nostra gioia,
Possiamo essere felici senza la loro felicità?

Stendi su di loro la mano della tua clemenza,
Hanno peccato; ma il cielo è un dono!
Hanno sofferto; è un’altra innocenza!
Hanno amato; è il sigillo del perdono!

Furono ciò che noi siamo,
Polvere, giocattolo del vento!
Fragili come uomini,
Deboli come il nulla!
Se i loro piedi spesso scivolarono,
Se le loro labbra trasgredirono
Qualche lettera della tua legge,
O Padre! o giudice supremo!
Ah! non guardare loro stessi,
Guarda in loro solo te!

Se scruti la polvere,
Essa fugge alla tua voce!
Se tocchi la luce,
Essa appannerà le tue dita!
Se il tuo occhio divino li sonda,
Le colonne di questo mondo
E dei cieli vacilleranno:
Se dici all’innocenza:
Sali e difendi la tua causa al mio cospetto!
Le tue virtù si veleranno.

Ma tu, Signore, tu possiedi
La tua propria immortalità!
Tutta la felicità che cedi
Accresce la tua beatitudine!
Dici al sole di sorgere,
E il giorno stilla ancora!
Dici al tempo di generare,
E l’eternità docile,
Gettando i secoli a migliaia,
Li sparge senza contarli!

I mondi che tu rinnovi
Davanti a te ringiovaniranno,
E mai tu separi
Il passato dall’avvenire;
Tu vivi! e tu vivi! le età,
Disuguali per le tue opere,
Sono tutte uguali sotto la tua mano;
E mai la tua voce nomina,
Ahimè! queste tre parole dell’uomo:
Ieri, oggi, domani!

O Padre della natura,
Sorgente, abisso di ogni bene,
Nulla a te si misura,
Ah! non misurarti a nulla!
Metti, a divina clemenza,
Metti il tuo peso nella bilancia,
Se pesi il nulla!
Trionfa, a virtù suprema!
Contemplando te stesso,
Trionfa perdonando noi!

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-pensiero-dei-morti-alphonse-de-lamartine/