Il Muro

Poesi di Guy De Maupassant Epoca XIX secolo

Le finestre erano aperte. Il salone
Illuminato gettava bagliori d’incendio,
E grandi chiarori correvano sul prato.
Il parco, laggiù, sembrava rispondere alle melodie
Dell’orchestra, e faceva un mormorio in lontananza.
Tutto carico dei profumi delle foglie e del fieno,
L’aria tiepida della notte, come un molle alito,
Veniva a carezzare le spalle, mescolando
Le emanazioni dei boschi e della pianura
A quelle della carne profumata, e turbando
D’un oscillazione la fiamma delle candele.
Si respiravano i fiori dei campi e dei capelli.
Talvolta, traversando le ombre allargate,
Un soffio freddo, caduto dal cielo crivellato di fuochi,
Portava fino a noi come un odore di stelle.

Le donne guardavano, sedute mollemente,
Mute, l’occhio assorto, di momento in momento
Le tende gonfiarsi come fanno le vele,
E sognavano una partenza attraverso quel cielo d’oro,
Per quel grande oceano di astri. Una tenerezza
Dolce le opprimeva, come un bisogno più forte
D’amare, di dire, con una voce che carezza,
Tutti quei vaghi segreti che un cuore può serrare.
La musica cantava e sembrava profumata ;
La notte, profumando l’aria, ne pareva ritmata,
E si credeva di udire in lontananza i cervi bramire.
Ma un brivido passò tra le vesti bianche ;
Ognuno lasciò il suo posto e l’orchestra tacque,
Poiché dietro un bosco nero, su un colle appuntito,
Si vedeva sollevarsi, come un fuoco tra i rami,
La luna enorme e rossa attraverso gli abeti.
E poi emerse sulla cima, tutta rotonda,
E salì, solitaria, in fondo ai cieli lontani,
Come un volto pallido errante intorno al mondo.

Ognuno si disperse per i sentieri ombrosi
Dove, sulla sabbia bionda, come un’acqua dormiente,
La luna spargeva la sua luce incantevole.
La notte dolce rendeva gli uomini innamorati,
In fondo ai loro sguardi accendendo una fiamma.
E le donne andavano, gravi, il capo chino,
Avendo tutte un po’ di chiaro di luna nell’anima.
Le brezze trascinavano languori di peccato.

Io erravo, e senza sapere perché, il cuore in festa.
Un piccolo riso acuto mi fece voltare la testa,
E scorsi d’improvviso la dama che amavo,
Ahimè ! in modo discreto, poiché mai
Ella aveva cessato d’essere ai miei voti ribelle :
“”Il vostro braccio, e facciamo un giro nel parco””, disse.

Era gaia e folle e si prendeva gioco di tutto,
Sosteneva che la luna aveva l’aria di una vedova :
“”Il cammino è troppo lungo per andare fino in fondo,
Perché ho scarpe fini e la mia toilette è nuova ;
Torniamo.”” Le presi il braccio e la trascinai.
Allora ella corse, vagabonda e fantastica,
E il vento della sua veste, a caso portato,
Turbava l’aria addormentata d’un soffio di burrasca.
Poi si fermò, ansante ; e dolcemente
Camminammo senza rumore lungo tutto un viale.
Voci basse parlavano nella notte, teneramente,
E, tra i mormorii di cui l’ombra era popolata,
Si distingueva talvolta come un suono di bacio.
Allora ella gettava al cielo una roulade !
Subito tutto taceva. Si udiva passare
Una fuga rapida ; e qualche amante scontroso
E rimasto solo imprecava contro gl’indiscreti.

Un usignolo cantava in un albero, vicinissimo,
E nella pianura, in lontananza, rispondeva una quaglia.

D’improvviso, ferendo gli occhi col suo riflesso brutale,
Si drizzò, tutta bianca, un’alta muraglia,
Come in una fiaba un palazzo di metallo.
Sembrava spiare da lontano il nostro passaggio.
“”La luce è propizia a chi vuol restare saggio,
Mi disse. I boschi sono troppo scuri, la notte.
Sediamoci un po’ davanti a questo muro che riluce.””
Ella si sedette, ridendo di vedermi maledirla.
In fondo al cielo, anche la luna mi sembrò ridere !
E tutte e due d’accordo, non so bene perché,
Parevano prepararsi a prendersi gioco di me.

Dunque, eravamo seduti davanti al grande muro esangue ;
E io non osavo dirle : “”Vi amo !””
Ma poiché soffocavo, le presi le due mani.
Ella ebbe un leggero piegar della sua labbro civettuolo
E mi lasciò venire come un cacciatore che guata.

Delle vesti, che passavano in fondo ai neri sentieri,
Mettevano talvolta nell’ombra un biancore dubbioso.

La luna ci copriva dei suoi raggi impalliditi
E, avvolgendoci della sua chiarità lattiginosa,
Faceva fondere i nostri cuori, ammolliti alla sua vista.
Ella scivolava altissima, assai placida e assai lenta,
E penetrava le nostre carni d’un languore turbante.

Io spiavo la mia compagna, e sentivo crescere
Nel mio essere teso, nei miei sensi, nella mia anima,
Questo strano tormento in cui ci getta una donna
Quando fermenta in noi la febbre del desiderio !
Quando si ha, ogni notte, nel turbamento del sogno,
Il bacio che consente, il “”sì”” d’un occhio chiuso,
L’adorabile ignoto delle vesti che si sollevano,
Il corpo che s’abbandona, immobile e in estasi,
E invece in realtà la dama non ci lascia
Che la speranza di sorprendere un momento di debolezza !

La mia gola era arida ; e brividi ardenti
Mi vennero, che facevano urtarsi tra loro i miei denti,
Un furore di schiavo in rivolta, e la gioia
Della mia forza che poteva afferrare, come una preda,.
Quella donna orgogliosa e calma, di cui d’un tratto
Avrei fatto singhiozzare il tranquillo disdegno !

Ella rideva, beffarda, sfacciatamente bella ;
Il suo alito faceva un fine vapore
Di cui avevo sete. Il mio cuore balzò ; una follia
Mi prese. La afferrai tra le mie braccia. Ella ebbe paura,
Si alzò. Le cinsi la vita con collera,
E baciai, piegando sotto di me il suo corpo nervoso,
Il suo occhio, la sua fronte, la sua bocca umida e i suoi capelli,

La luna, trionfante, brillava di gaiezza chiara.

Già la prendevo, impetuoso e forte,
Quando fui respinto da uno sforzo supremo.
Allora ricominciò la nostra lotta disperata
Presso il muro che sembrava una tela tesa.
Ora, in uno slancio brusco essendoci voltati,
Vedemmo uno spettacolo sorprendente e comico.
Tracciando nella chiarità due corpi disordinati,
Le nostre ombre agitavano una strana mimica,
Attirandosi, allontanandosi, stringendosi a vicenda.
Sembravano recitare qualche buffoneria,
Con gesti folli di burattini in furore,
Abbozzando buffamente la caricatura dell’Amore.
Si contorcevano, farsesche o convulse,
Si urtavano con la testa come arieti ;
Poi, raddrizzando d’improvviso le loro stature eccessive,
Restavano fisse, in piedi come due grandi pilastri.
Talvolta, spiegando quattro braccia gigantesche,
Si respingevano, nere sul muro bianco,
E, prese d’improvviso da tenerezze grottesche,
Sembravano estasiarsi in un bacio ardente.

La cosa essendo molto gaia e molto inattesa,
Ella si mise a ridere. – E come adirarsi,
Azuffarsi e vietare alle labbra d’avvicinarsi
Quando si ride ? Un istante di gravità perduta
Più che un cuore infiammato può salvare un amante !

L’usignolo cantava nel suo albero. La luna
Dal fondo del cielo sereno cercava invano
Le nostre due ombre sul muro e non ne vedeva più che una.

Guy de Maupassant

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-muro-guy-de-maupassant/