La disperazione

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Meditazioni poeticheEpoca XIX secolo

Quando del Creatore la parola feconda,
In un’ora fatale, ebbe generato il mondo
Dai germi del caos,
Dalla sua opera imperfetta distolse il volto,
E con piede sdegnoso scagliandola nello spazio,
Rientrò nel suo riposo.

Va’, disse, ti abbandono alla tua propria miseria;
Troppo indegno ai miei occhi d’amore o di collera,
Tu non sei nulla davanti a me.
Rotola a caso nei deserti del vuoto;
Che mai lontano da me il destino sia la tua guida,
E la Sventura il tuo re.

Disse. Come un avvoltoio che piomba sulla preda,
La Sventura, a queste parole, manda, in segno di gioia,
Un lungo gemito;
E stringendo l’universo nella sua artiglia crudele,
Abbraccia per sempre con la sua rabbia eterna
L’eterno alimento.

Il male da allora regnò nel suo immenso impero;
Da allora tutto ciò che pensa e tutto ciò che respira
Cominciò a soffrire;
E la terra, e il cielo, e l’anima, e la materia,
Tutto geme: e la voce della natura intera
Non fu che un lungo sospiro.

Levate dunque gli sguardi verso le celesti pianure,
Cercate Dio nella sua opera, invocate nelle vostre pene
Quel grande consolatore,
Infelici! la sua bontà è assente dalla sua opera,
Cercate il vostro sostegno? l’universo vi presenta
Il vostro persecutore.

Con quale nome nominarti, o fatale potenza?
Che ti si chiami destino, natura, provvidenza,
Inconcepibile legge!
Che si tremi sotto la tua mano, o la si bestemmi,
Sottomessi o ribelli, che ti si tema o ti si ami,
Sempre, sei sempre tu!

Ahimè! come voi invocai la speranza;
Il mio spirito ingannato bevve con compiacenza
Il suo filtro avvelenatore;
È lei che, spingendo i nostri passi negli abissi,
Di festoni e di fiori corona le vittime
Che consegna alla Sventura.

Se almeno a caso decimasse gli uomini,
O se la sua mano cadesse su tutti noi
Con leggi uguali?
Ma i secoli hanno visto le anime magnanime,
La bellezza, il genio, o le virtù sublimi,
Vittime della sua scelta.

Così, quando dèi di sangue volevano in sacrificio
Di greggi innocenti le sanguinose primizie,
Nei loro templi crudeli,
Di cento tori scelti si formava l’ecatombe,
E l’agnello senza macchia, o la bianca colomba
Ingrassavano i loro altari.

Creatore, Onnipotente, principio di ogni essere!
Tu per cui il possibile esiste prima di nascere:
Re dell’immensità,
Tu potevi tuttavia, secondo il tuo desiderio,
Attingere per i tuoi figli la felicità e la vita
Nella tua eternità?

Senza mai esaurirti, su tutta la natura
Potevi a lunghi flutti spargere senza misura
Una felicità assoluta.
Lo spazio, il potere, il tempo, nulla ti costa.
Ah! la mia ragione freme; tu lo potevi senza dubbio,
Non l’hai voluto.
Quale crimine abbiamo commesso per meritare di nascere?
L’insensibile nulla ti ha chiesto l’essere,
O l’ha accettato?
Siamo, o caso, l’opera dei tuoi capricci?
O piuttosto, Dio crudele, erano necessari i nostri supplizi
Per la tua felicità?

Salite dunque verso il cielo, salite, incensi che egli ama,
Sospiri, gemiti, lacrime, singhiozzi, bestemmia,
Piaceri, concerti divini!
Grida del sangue, voce dei morti, lamenti inestinguibili,
Salite, andate a colpire le volte insensibili
Del palazzo dei destini!

Terra, eleva la tua voce; cieli, rispondete; abissi,
Neri soggiorni dove la morte ammassa le sue vittime,
Non formate che un sospiro.
Che un lamento eterno accusi la natura,
E che il dolore dia a ogni creatura
Una voce per gemere.

Dal giorno in cui la natura, strappata al nulla,
Sfuggì dalle tue mani come un’opera abbozzata,
Che cosa hai visto tuttavia?
Ai disordini del male la materia asservita,
Ogni carne gemente, ahimè! e ogni vita
Gelosa del nulla.

Degli elementi rivali le lotte intestine;
Il Tempo, che appassisce tutto, seduto sulle rovine
Che ammassarono le sue mani,
Attendendo sulla soglia le tue opere effimere;
E la morte soffocante, dal seno delle loro madri,
I germi degli umani!

La virtù soccombente sotto l’audacia impunita,
L’impostura in onore, la verità bandita;
L’errante libertà
Agli dèi viventi del mondo offerta in sacrificio;
E la forza, ovunque, fondante dell’ingiustizia
Il regno illimitato.

Il valore senza gli dèi decidendo delle battaglie!
Un Catone ancora libero che si lacera le viscere
Sulla fede di Platone!
Un Bruto che, morendo per la virtù che ama,
Dubita nell’ultimo momento di questa virtù stessa,
E dice: Tu non sei che un nome!…

La fortuna sempre dalla parte dei grandi crimini!
I delitti coronati divenuti legittimi!
La gloria al prezzo del sangue!
I figli ereditanti l’iniquità dei padri!
E il secolo che muore raccontando le sue miserie
Al secolo rinascente!

E che! tanti tormenti, delitti, supplizi,
Non hanno fatto fumare d’abbastanza sacrifici
I tuoi lugubri altari?
Questo sole, vecchio testimone delle sventure della terra,
Non farà nascere un solo giorno che non illumini
L’angoscia dei mortali?

Eredi dei dolori, vittime della vita,
No, no, non sperate che la sua rabbia saziata
Addormenti la Sventura!
Finché la Morte, aprendo la sua ala immensa,
Non inghiotta per sempre nell’eterno silenzio
L’eterna sofferenza!

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-disperazione-alphonse-de-lamartine/