La cavalletta

Favol di Jean-Pierre Claris de Florian Epoca XVIII secolo

È deciso, lascio il mondo;
voglio fuggire per sempre lo spettacolo odioso
dei delitti, degli orrori, di cui sono offesi i miei occhi.
In un profondo ritiro,
lontano dai vizi, lontano dagli abusi,
trascorrerò i miei giorni dolcemente a maledire
i malvagi a me troppo noti.
Sola quaggiù ho delle virtù:
così per nemico ho tutto ciò che respira,
tutto l’universo mi vuole male; uomini, bambini, animali,
fino al più piccolo degli uccelli,
tutti sono occupati a nuocermi.
Eh! Eppure che ho fatto? … solo del bene. Gli ingrati!
Mi rimpiangeranno, ma dopo il mio trapasso.
Così si lamentava una certa cavalletta,
ipocondriaca e stimando solo se stessa.
Dove prendete tutto ciò, sorella mia?
Le disse una delle sue compagne:
come! Non potete vivere in queste campagne
brucando di questi prati il dolce e tenero fiore,
senza impicciarvi degli affari del mondo?
So che esso abbonda di traversie:
è sempre stato così, e sempre sarà;
quel che ne direte non cambierà granché.
Del resto, dove si vive meglio? Quanto alla vostra collera
contro quei nemici che ce l’hanno solo con voi,
penso, sorella mia, tra noi,
che sia forse una chimera,
e che spesso l’orgoglio dia queste visioni.
Sdegnando di rispondere a queste sciocche ragioni,
la cavalletta parte, e esce dal prato
sua patria.
Saltò due giorni per fare duecento passi.
Allora si crede in capo all’emisfero,
presso un popolo sconosciuto, in nuovi stati;
ammira quei bei climi,
saluta con rispetto quella riva straniera.
Lì vicino, spighe numerose
su lunghi steli, a sei piedi da terra,
ondeggianti e fitte si bilanciavano tra loro.
Ah, ecco proprio il fatto mio!
Dice con trasporto: in quei boschi oscuri
troverò senza dubbio un deserto solitario;
è un asilo sicuro contro i miei nemici.
Eccola nel grano. Ma, fin dall’alba seguente,
ecco arrivare i mietitori.
La loro schiera numerosa e rumorosa
si stende a semicerchio, e, tra le grida,
le risa, i canti delle giovani,
le spighe ammassate cadono sotto le falci,
la terra si scopre, e i grani abbattuti
lasciano vedere i solchi tutti nudi.
Per questa volta, esclamava la triste cavalletta,
ecco ciò che ben prova l’odio universale
che dovunque mi perseguita: appena in questo paese
si è saputo che c’ero, che un popolo di nemici
viene a cercare la sua vittima.
Nel furore che li anima,
impiegando contro di me i mezzi più atroci,
per paura che io scappi devastano i loro beni:
vi appiccerebbero il fuoco, se fosse necessario.
Eh! Signori, eccomi, dice ella mostrandosi;
finite un lavoro così grande,
mi consegno alla vostra collera.
Un mietitore, in quel momento,
per caso la distingue; si china, la prende,
e dice, gettandola in un’erba fiorita:
va’ a mangiare, piccola amica mia.

Florian

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-la-cavalletta-jean-pierre-claris-de-florian/