La pianura (I)

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Voglio condurre i tuoi occhi in lento pellegrinaggio
Vers quei lontani di sofferenza, ahimè! dove da quando,
da quali giorni d’un tempo, il mio cuore fa invernaggio!

È il mio paese d’immensamente,
dove non cresce nulla che il nulla,
battuto da pioggia e gran vento.

È il mio paese di lungo sudario.
I miei fiumi vi fanno lenti serpenti
d’acqua gialla attraverso grandi lembi
di terreni piani e striscianti.

È il mio paese senza una sola piega, una sola,
è il mio paese di grande sudario.

Qualche raro airone, al bordo di falsi stagni,
qualche povero airone, nel becco a forbice,
torce, al cader della sera, vermi e rospi.

E qualche volo talvolta di cornacchie lontane
con grandi stracci d’ali, digrignano odi
ai quattro angoli delle lunghe pianure.

È il mio paese d’immensamente,
dove il mio vecchio cuore tetro e demente,
battuto da pioggia e gran vento,
come un limo, ammuffisce dormendo.

I miei villaggi al chiaro – da quanto tempo? –
e le mie campane verso i vascelli in partenza
e le mie verghe e i miei alberi esultanti
sono in fondo – da quanto tempo? –
di estuari di piombo e di bassifondi di stagni?

I miei villaggi d’infanzia e di fierezza,
i miei villaggi di gioia e di torri di fierezza,
sono sommersi – da quali sere? –
di equinozi di rame in cieli neri?

È il mio paese d’immensamente
dove non cresce nulla che il nulla
battuto da pioggia e gran vento.

La sempre uniformità dei giorni
abbassa in me il minimo sforzo
elevato, sia verso la vita o verso la morte.

Non più nemmeno gridare – ma marcire là sempre
come un cadavere in oro di prua
in del fango e della mota;
non più nemmeno sentire quel dolore
eroico della sua sventura;
nulla – che la mano del suo rancore,
stendere un oggi di cuore
tetro, verso un domani che sarà tetro anch’esso,
lo stesso di ieri – e che sempre come oggi
stenderà tetro e tetro ancora
il domani verso l’altra aurora.

È il mio paese d’immensamente,
dove non cresce nulla che il nulla,
battuto da pioggia e gran vento,
attorno a cui girano la noia di ferro
e le meccaniche delle notti d’inverno.
E gli sbadigli degli astri e i cieli neri
in lutto di tante sere
da mucchi d’anni
di abitudini agglutinate.

E sarò sempre il sepolto
di queste lande d’immenso oblio?
Colui per cui questi voli di odi
ai quattro angoli delle lunghe pianure,
digrignano da quali tempi, i loro gridi sempre gli stessi?
Colui di cui gli aironi, la notte,
di cui i magri aironi, dritti sulla duna,
inghiottono, nei mezzanotti di luna,
immensamente, i vermi e le bestie di noia.

E ora i tuoi occhi sanno quei lontani di spiaggia
dove il mio così tetro cuore, ahimè! – e da quando? –
da quali giorni d’un tempo fa invernaggio.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-pianura-i-emile-verhaeren/