La pianura

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

La pianura è tetra, con i suoi recinti, con i suoi granai
E le sue fattorie dai frontoni tarlati,
La pianura è tetra e stanca e non si difende più,
La pianura è tetra e morta – e la città la divora.

Formidabili e criminali,
Le braccia delle macchine diaboliche,
Falciando i grani evangelici,
Hanno spaventato il vecchio seminatore malinconico
Il cui gesto sembrava d’accordo con il cielo.

L’orrendo fumo e i suoi stracci di fuliggine
Hanno attraversato il vento e l’hanno sporcato:
Un sole povero e avvilito
Si è come consumato in pioggia.

E ora, dove si stagliavano le case chiare
E i frutteti e gli alberi sparsi d’oro,
Si scorge, all’infinito, da sud a nord,
La nera immensità delle fabbriche rettangolari.

Come una bestia enorme e taciturna
Che ronza dietro un muro,
Si ode il rombo, ritmico e duro,
Delle caldaie e delle macine notturne;

Il suolo vibra, come se fermentasse,
Il lavoro bolle come un delitto,
La fogna trascina un fango peloso
Verso il fiume che inquina;
Un supplizio di alberi scorticati vivi
Si torce, braccia convulse,
In facciata, sul bosco vicino;

L’ortica esaurisce nel cuore le sabbie e le zolle,
E letamai, sempre più alti, di residui
– Cementi oleosi, calcinacci marci, pietre spaccate –
Lungo vecchi fossati e rive oscure
Levàno, la sera, monumenti di putredine.

Sotto i capannoni tonanti e pesanti,
Le notti, i giorni,
Senza aria né sonno,
Delle genti penano lontano dal sole:
Pezzi di vita nell’enorme ingranaggio,
Pezzi di carne fissata, ingegnosamente,
Pezzo per pezzo, piano per piano,
Da un capo all’altro del vasto turbinio.
I loro occhi sono diventati gli occhi della macchina;
Il loro corpo intero: fronte, collo, torso, spalle, schiena,
Si piega ai giochi regolati del ferro e dell’acciaio;
Le loro mani e le loro dieci dita corrono su tastiere
Dove cento fusi di filo girano e si dipanano;
E mani pronte e dita rapide
Si consumano così forte,
Nel loro sforzo

Sulla materia carnivora,
Che vi lasciano, in ogni momento,
Impronte di rabbia e gocce di sangue.

Dite! L’antica fatica pacifica, in Agosto
Delle segale mature e delle avene rosse,
Con le braccia allo scoperto, la fronte eretta,
Quando l’oro dei grani ondeggia e si rialza
Verso l’orizzonte torrido dove il silenzio bolle.

Dite! Il riposo tiepido e i mezzogiorni eletti,
Intrecciando ombra per le sieste,
Sotto i rami, i cui venti lesti
Scandiscono, con lentezza, i grandi gesti frondosi.
Dite, la pianura intera come un giardino grasso,
Tutta pazza di uccelli sparsi nella luce,
Che la cantano, con le loro voci piene,
Così vicino al cielo che non li si sente.

Ma oggi, la pianura? – È finita;
La pianura è tetra e non si difende più:
Il flusso delle rovine e il loro riflusso
L’hanno sommersa, con monotonia.

Non s’incontra, in lontananza, che recinti rattoppati
E cammini neri di carbon fossile e di scorie
E scheletri di poderi
E treni che tagliano improvvisi i villaggi in due.

Le Madonne hanno taciuto le loro voci d’oracolo
All’angolo del bosco, tra gli alberi;

E i vecchi santi e i loro basamenti di marmo
Sono caduti nelle fontane dei miracoli.

E tutto è là, come bare vuote,
– Soglie e muri screpolati e tetti spaccati –
E tutto si lamenta come le anime perdute
Che singhiozzano la sera nella brughiera umida.

Ahimè! La pianura, ahimè! È finita!
E i suoi campanili sono morti e i suoi mulini paralizzati.
La pianura, ahimè! Ha tossito la sua agonia
Negli ultimi singhiozzi di un angelus.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-pianura-emile-verhaeren/