La folla

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

In queste città d’ombra e d’ebano
Da cui si levano fuochi prodigiosi;
In queste città, dove si agitano,
Con i loro canti, le loro grida e le loro bestemmie,
A grande flutto, le folle;
In queste città d’un tratto atterrite
Di rivolta sanguinosa e di notturno spavento,
Sento balzare ed esaltarsi in me
E spandersi, d’un tratto, il mio cuore moltiplicato.
La febbre, con mani frementi,
La febbre in preda alla follia e all’odio
Mi trascina
E mi rotola, come un sasso, per le strade.
Ogni calcolo cade e si annulla,
Il cuore si slancia o verso la gloria o verso il delitto;
E d’un tratto mi appaio quello
Che si è, fuori di sé stesso, fuggito
Verso il selvaggio richiamo delle forze unanimi.
Sia rabbia, o amore, o demenza,
Tutto passa in volo di fulmine, in fondo alle coscienze;
Tutto si intuisce, prima che si sia sentito
Il chiodo di una meta certa entrare nel proprio spirito.

Genti smarrite corrono con delle torce,
Un rumore di mare si ingolfa, in fondo ai portici,
Muri, insegne, case, palazzi e stazioni,
Nella sera folle, davanti ai miei occhi, si spaventano;
Sulle piazze, i pali d’oro della luce
Tendono, verso i cieli neri, fuochi che si esasperano;
Un quadrante luce, color di sangue, in fronte alle torri;
Che un tribuno parli, all’angolo di un crocevia,
Prima che si afferri un senso nelle sue parole,
Già si sa il suo gesto – ed è con furore
Che si oltraggia la fronte laureata di un imperatore
E che si spezza l’altare da cui s’impone l’idolo.

La notte è brulicante e terribile di rumore;
Un ardore elettrico brucia nell’atmosfera;
I cuori sono da prendere; l’anima si stringe
In un’angoscia enorme e si libera in grida;
Si sente che un medesimo istante è padrone
Di sbocciare o di schiacciare ciò che sta per nascere;
Il popolo è di colui che il destino
Dotò di mani abbastanza potenti
Per manovrare il fulmine e i tuoni
E svelare, tra tanti bagliori contrari,
L’astro nuovo che ogni era nuova
Sceglie per magnetizzare la vita universale.

Oh! di’, senti che è bella e profonda,
Cuor mio,
Quest’ora
Che suona e canta nel cuore del mondo?
Che t’importano e le vecchie saggezze
E i soli al tramonto dei dogmi sul mare
Ecco l’ora che ribolle di sangue e di giovinezza,
Ecco la violenta e meravigliosa ebbrezza
Di un vino così forte che nulla vi sembra amaro.
Una vasta speranza, venuta dall’ignoto, sposta
L’antico equilibrio di cui le anime sono stanche;
La natura sembra scolpire
Un volto nuovo alla sua eternità;
Tutto si muove – e si direbbe gli orizzonti in marcia.
I ponti, le torri, gli archi
Tremano, in fondo al suolo profondo.
La moltitudine e le sue brusche spinte
Sembrano far scoppiare le città oppresse,
Il tempo è quello dei crolli e dei miracoli
E dei gesti di lampo e d’oro,
Laggiù, in lontananza, sui Tabor.

Come un’onda in dei fiumi perduta,
Come un’ala cancellata in fondo alla distesa,
Ingolfati,
Cuor mio, in queste folle che battono le capitali
Con le loro furie e le loro rabbie trionfali;
Vedi irritarsi ed esaltarsi
Ogni clamore, ogni follia e ogni spavento;
Fai un fascio di queste migliaia di fibre,
Muscoli tesi e nervi che vibrano;
Magnetizza e riunisci tutte queste correnti
E prendi
Sì larga parte a queste brusche metamorfosi
Di uomini e di cose,
Che tu senta l’oscura e formidabile legge
Che le domina e le opprime
D’un tratto, a colpi di lampi, iscriversi in te.
Metti in accordo la tua vita con i destini
Che la folla, senza saperlo,
Promulga, in questa notte d’angoscia illuminata.
Ciò che sarà domani, il diritto o il dovere,
Sola, essa ne ha l’istinto profondo;
E l’universo totale lavora e collabora,
Con migliaia di cause che si ignorano,
A ogni sforzo verso il futuro che essa elabora,
Rosso e tragico, all’orizzonte.
Oh! l’avvenire, come lo si ascolta
Squarciare il suolo, rompere le volte,
In queste città d’ebano e d’oro, dove l’incendio
Vaga come un leone le cui criniere s’irradiano;
Minuto unico, in cui i secoli trasaliscono;
Nodo che le vittorie sciolgono nelle battaglie;
Grande ora, in cui gli aspetti del mondo cambiano,
In cui ciò che fu giusto e sacro appare strano,
In cui si sale verso le vette di un’altra fede,
In cui la folla padrona infine della sua collera,
Contando e ricontando i suoi lunghi mali secolari
Sul blocco della sua forza erige un nuovo diritto.
In queste città d’un tratto atterrite
Di festa rossa e di notturno spavento,
Per ingrandirti e magnificarti,
Anima mia, rinchiuditi.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-folla-emile-verhaeren/