O nulla! o solo Dio che io possa comprendere!
Silenzioso abisso dove io sto per ridiscendere,
perché lasciasti l’uomo sfuggire dalla tua mano?
Da quale sonno profondo dormivo nel tuo seno!
Nell’eterno oblio vi dormirei ancora;
i miei occhi non avrebbero visto questo falso giorno che aborro,
e nella tua lunga notte, il mio placido sonno
non avrebbe mai conosciuto né sogni, né risveglio.
– Ma poiché nacqui, senza dubbio bisognava nascere.
Se mi si fosse consultato, avrei rifiutato l’essere.
Vani rimpianti! il destino mi condannava al giorno,
e io venni, o sole, a maledirti a mia volta.
– Tuttavia, è vero, questa prima aurora,
questo incerto risveglio di un essere che si ignora,
questo spazio infinito che si apre davanti ai suoi occhi,
questo lungo sguardo dell’uomo che interroga i cieli,
questo vago incanto, questi torrenti di speranza,
abbagliano gli occhi sulla soglia dell’esistenza.
Salve, nuova dimora dove il tempo mi ha gettato,
Globo, futuro testimone della mia felicità!
Salve, sacro flambeau che nutri la natura!
Sole, primo amore di ogni creatura!
Vasti cieli, che nascondete il Dio che vi ha fatti!
Terra, culla dell’uomo, ammirevole palazzo!
Uomo, simile a me, mio compagno, mio fratello!
Tu più bella ai miei occhi, alla mia anima più cara!
Salve, oggetti, testimoni, strumenti della felicità!
Compite i vostri destini, io vi porto un cuore…
– Quanto è brillante questo sogno! ma, ahimè! è un sogno.
Cominciava allora; ora si compie.
Il dolore lentamente mi schiude la tomba;
Salve, mio ultimo giorno! sii il mio giorno più bello!
Ho vissuto; ho attraversato questo deserto della vita,
dove sempre sotto i miei passi ogni fiore è appassito;
dove sempre la speranza, abusando della mia ragione,
mi mostrava la felicità in un vago orizzonte.
Dove del vento della morte gli ardenti aliti
sotto le mie labbra sempre inaridivano le fontane.
Che un altro, esalando in rimpianti superflui,
richieda al passato i suoi giorni che non sono più,
pianga della sua primavera l’aurora svanita,
e acconsenta a rivivere una seconda vita:
per me, quando il destino mi offrisse a mia scelta
lo scettro del genio, o il trono dei re,
la gloria, la bellezza, i tesori, la saggezza,
e unisse ai suoi doni l’eterna giovinezza,
lo giuro per la morte; in un mondo simile,
no, non vorrei ringiovanire di un sole.
Non voglio un mondo dove tutto cambia, dove tutto passa:
dove, fino al ricordo, tutto si consuma e tutto si cancella;
dove tutto è fuggitivo, perituro, incerto;
dove il giorno della felicità non ha domani!
– Quante volte così, ingannato dall’esistenza,
dal mio seno per sempre ho bandito la speranza!
Quante volte così il mio spirito abbattuto
ha creduto di avvolgersi in una fredda virtù,
e, sognando di Zenone la ingannevole saggezza,
sotto un mantello stoico ha nascosto la sua debolezza!
Nella sua indifferenza un giorno sepolto,
per trovare riposo invocava l’oblio.
Vano riposo! falso sonno! – Come ai piedi delle colline,
dove Roma esce dal seno delle sue stesse rovine,
l’occhio vede in questo caos, confusamente sparse,
antichi monumenti, moderne mura,
teatri crollanti, i cui frontoni superbi
dormono nella polvere o strisciano sotto le erbe,
i palazzi degli eroi coperti di rovi,
dei dèi coricati sulla soglia dei loro templi deserti,
l’obelisco eterno che ombreggia la capanna,
la colonna che porta un’immagine straniera,
l’erba nel foro, i fiori nei sepolcri,
e quei vecchi pantheon popolati di nuovi dèi;
mentre, elevandosi di distanza in distanza,
un debole rumore di vita interrompe questo silenzio:
tale è la nostra anima, dopo quei lunghi scuotimenti;
scrollando la ragione fino alle sue fondamenta,
la sventura non ne fa più che una immensa rovina,
dove come un grande detrito la disperazione domina!
Di sentimenti spenti silenzioso caos,
elementi opposti, senza vita e senza riposo,
resti di passioni dal tempo cancellate,
combattimento disordinato di voti e di pensieri,
ricordi spiranti, rimpianti, disgusti, rimorsi.
Se almeno questi detriti ci attestassero la sua morte!
Ma sotto questo vasto lutto l’anima ancora è viva;
questo fuoco senza alimento si alimenta da sé;
rinasce dalla sua cenere, e questo fatale flambeau
teme di bruciare ancora al di là della tomba.
Anima! chi dunque sei? fiamma che mi divora,
devi vivere dopo di me? devi soffrire ancora?
Ospite misterioso, che cosa diventerai?
Al grande flambeau del giorno ti riunirai?Forse di questo fuoco non sei che una scintilla,
un raggio smarrito, che quell’astro richiama.
Forse che, morendo quando l’uomo è distrutto,
tu non sei che un succo più puro che la terra ha prodotto,
un fango animato, un’argilla pensante…
Ma che vedo? a questa parola, tu fremi di spavento.
Temendo il nulla, e stanca di soffrire,
ahimè! tu temi di vivere e tremi di morire.
– Chi ti rivelerà, temibile mistero?
Ascolto invano la voce dei saggi della terra:
il dubbio svia anche quegli spiriti sublimi,
e della stessa argilla sono stati impastati.
Riunendo i raggi dell’antica saggezza,
Socrate ti cercava nei bei giorni della Grecia;
Platone a Sunio ti cercava dopo di lui;
duemila anni sono passati, io ti cerco oggi;
duemila anni passeranno, e i figli degli uomini
si agiteranno ancora nella notte in cui siamo.
La verità ribelle sfugge ai nostri sguardi,
e Dio solo riunisce tutti i suoi raggi sparsi.
– Così, pronto a chiudere i miei occhi alla luce,
nessuna speranza verrà a consolare la mia palpebra:
la mia anima sarà passata, senza guida e senza flambeau
dalla notte di quaggiù nella notte della tomba,
e porto a caso, al mondo dove mi slancio,
la mia virtù senza speranza, i miei mali senza ricompensa.
Rispondimi, Dio crudele! Se è vero che tu sia,
ho dunque il diritto fatale di maledire le tue leggi!
Dopo il peso del giorno, almeno il mercenario
la sera si siede all’ombra, e riceve il suo salario:
e io, quando piego sotto il fardello della sorte,
quando il mio giorno è finito, il mio salario è la morte.
—
Ma, mentre esalando il dubbio e la bestemmia,
gli occhi sul mio sepolcro, piango su me stesso,
la fede, risvegliandosi, come un dolce ricordo,
getta un raggio di speranza sul mio pallido avvenire,
sotto l’ombra della morte mi rianima e mi infiamma,
e rende ai miei vecchi giorni la giovinezza dell’anima.
Risalgo ai bagliori di questo flambeau divino,
dal tramonto della mia vita al suo ridente mattino;
abbraccio con uno sguardo il destino umano;
ai miei occhi soddisfatti tutto si ordina e si concatena;
leggo nell’avvenire la ragione del presente;
la speranza chiude dopo di me le porte del nulla,
e riaprendo l’orizzonte alla mia anima rapita,
mi spiega con la morte l’enigma della vita.
Questa fede che mi attende al bordo del mio sepolcro,
ahimè! me ne ricordo, aleggiò sulla mia culla.
Della terra promessa immortale eredità,
i padri ai loro figli l’hanno trasmessa di età in età.
Il nostro spirito la riceve al suo primo risveglio,
come i doni dall’alto, la vita e il sole;
come il latte dell’anima, aprendo la palpebra,
essa è scorsa per noi dalle labbra di una madre;Essa ha penetrato l’uomo nella sua tenera stagione;
il suo flambeau nei cuori ha preceduto la ragione.
Il bambino, provando la sua prima parola,
balbetta nella culla il suo sublime simbolo,
e, sotto l’occhio materno germogliando a sua insaputa,
la sente nel suo cuore crescere con la virtù.
Ah! se la verità fu fatta per la terra,
senza dubbio ha ricevuto questo semplice carattere;
senza dubbio fin dall’infanzia offerta ai nostri sguardi,
nello spirito per i sensi entrando da ogni parte,
come i puri raggi della celeste fiamma
essa ha dovuto fin dall’aurora circondare la nostra anima,
dallo spirito per amore scendere nei cuori,
unirsi al ricordo, fondersi nei costumi;
così come un grano fecondo che l’inverno copre ancora,
nel nostro seno a lungo germogliare prima di sbocciare,
e, quando l’uomo ha passato la sua tempestosa estate,
dare il suo frutto divino per l’immortalità.
Sole misterioso! flambeau di un’altra sfera,
presta ai miei occhi morenti la tua mistica luce,
parti dal seno dell’Altissimo, raggio consolatore.
Astro vivificante, sorgi nel mio cuore!
Ahimè! non ho che te; nelle mie ore funebri,
la mia ragione che impallidisce mi abbandona alle tenebre;
questa ragione superba, insufficiente flambeau,
si spegne come la vita alle porte della tomba;
vieni dunque a sostituirla, o celeste luce!
Vieni di un giorno senza nube inondare la mia palpebra;
Tienimi luogo del sole che non devo più vedere,
e brilla all’orizzonte come l’astro della sera.
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-fede-alphonse-de-lamartine/
