La borsa

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Come un torso di pietra e di metallo in piedi
il monumento dell’oro nelle tenebre bolle.

Appena morta è la notte e rivive il giorno,
l’immenso e rosso crocevia
da cui si esalta la sua quotidiana battaglia
sussulta.

Le banche aprono presto e i loro sportelli,
dove l’oro si pesa al saggio,
vedono affluire – lievi veli – a flotte,
le tratte e le banconote.
Un furore sale e se ne sprigiona,
guadagna la strada e vi si propaga,
venendo a scaldare, di soglia in soglia,
nella città, la paura, la follia o l’orgoglio.

Il monumento dell’oro attende che mezzogiorno suoni
per ridestare l’ardore da cui la sua vita è stretta.
Tanti sogni, come fuochi rossi
intrecciano la loro fiamma e i loro vortici
dall’alto in basso del palazzo folle!
Il guadagno colpevole e mostruoso
vi si stringe come nodi.
Si crede di vedervi un’aspra febbre
volare, di fronte in fronte, di labbro in labbro,
e ammutinarsi ed esplodere
e crepitare sui pianerottoli
e i gradini delle scale.
Un furore riacceso
al miraggio della minima speranza
sale improvviso dall’imbuto
di rumore e di fumo,
dove ci si batte, a colpi di furti, in basso.
Lingue secche, sguardi acuti, gesti inversi,
e cervelli, che in turbini i milioni attraversano,
scambiano là la loro paura e il loro terrore.
La fretta vi simula l’audacia
e le audacie si superano;
certuni affidano a taccuini
le loro angosce e i loro segreti;
cinicamente, taluno sconta il lampo
che uccide un popolo in capo al mondo;
le chimere volano nell’aria;
le occasioni fuggono o sovrabbondano;
mercati conclusi, mercati rotti
lottano e si cozzano in dispute;
l’aria brucia – e le cifre paradossali,
in fasci pieni, in pesanti fagotti,
sono respinte e sballottate e travolte
e si spaventano in queste mischie,
finché le loro somme stanche,
masse contro masse,
si spezzano.

A fine mese, quando le débâcle si decidono,
la morte le sigla di suicidi
e i crolli si sgretolano in rovine
che si illuminano
in esequie esaltanti.
Ma il giorno stesso, nelle ore lividi,
le volontà, nella febbre, rivivono;
l’accanimento sornione
riprende, come un tempo.
Ci si tradisce, ci si sorride e ci si morde
e si lavora ad altre morti.
L’odio ronfa, come una macchina,
intorno a quelli che assassina.
Si derubano, con autorità, le genti
i cui forzieri sono indigenti.
Si mescola con l’onore la truffa,
per adescare fino alle patrie
e aizzare verso l’oro torrido e infamante
lo smarrimento universale.

Oh l’oro, laggiù, come torri nelle nuvole,
l’oro steso sullo scaffale dei miraggi,
con milioni di braccia tese verso di lui,
e gesti e richiami, la notte,
e la preghiera unanime che tuona,
da un capo all’altro degli orizzonti del mondo!

Laggiù, cubi d’oro su triangoli d’oro,
e tutto intorno le fortune celebri
s’impalcano su algebre.

Dell’oro! – bere e mangiare oro!
E, più feroce ancora della rabbia dell’oro,
la fede nel gioco misterioso
e i suoi azzardi smarriti e tenebrosi
e le sue arbitrarie volontà certe
che restaurano l’antico destino;
il gioco, asse terribile, attorno a cui girerà l’avventura,
per solo piacere di anomalia,
per solo bisogno di furore e di follia,
laggiù, dove si incrociano le leggi del terrore
e gli smarrimenti supremi,
perditamente, la passione futura.

Come un torso di pietra e di metallo in piedi,
che cela nel suo mistero e nel suo ardore profondo
il cuore battente e ansante del mondo,
il monumento dell’oro nelle tenebre bolle.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-borsa-emile-verhaeren/