L’impiccato

Poesi di Victor Hugo Temi MorteEpoca XIX secolo

— Occhio per occhio! Dente per dente! Testa per testa! A morte!
Giustizia! L’impiccato vale più del rimorso.
Taglione! taglione!

— Silenzio ai gridi selvaggi!
No! Basta con la sventura, l’assassinio e le devastazioni!
Basta con gli sgozzamenti! basta con il lutto! basta
Con i fantasmi senza testa e gli orribili trapassati!
Basta con le visioni funebri nella bruma!
Basta con le dita hideuse, che mostrano il sangue che fuma,
Nere, e contano i buchi dei sudari nella notte!
Niente suppliziati il cui grido ci perseguita!
Niente spettri che gettano la loro ombra sulle nostre teste!
Siamo stillanti di tutte le tempeste;
Non resta che un dovere e una verità,
È, dopo tanta angoscia e calamità,
Uomo, aprire il suo cuore, uccello, aprire la sua ala
Verso quel cielo che riempie la grande anima eterna!
Il popolo, che i re schiacciavano sotto i loro talloni.
È la pietra promessa al tempio, e noi vogliamo
Che la pietra costruisca e non che lapidi!
Niente sangue! niente morte! È un riflusso stupido
La ferocia sulla ferocia.
Un pilastro di patibolo sostiene male la città.
Tu vuoi far morire! Io voglio far nascere!
Io muro il sepolcro e apro la finestra.
Dio non ha fatto il sangue, riservato all’amore.
Perché lo si dia da bere alle fessure del selciato.
Si tratta di sgozzare? Popoli, si tratta di essere.
Che! vuoi vendicarti, passante? di chi? del padrone?
Se non vali di più, che vieni a fare qui?
Ogni mistero in cui si getta un assassinio è oscurato;
L’enigma insanguinato è più aspro da risolvere;
L’ombra si apre terribile dopo il colpo di fulmine;
Uccidere non è creare, e ci si ingannerebbe
Se si credesse che tutto finisca alla ghigliottina;
È là che inattesa, impenetrabile, immensa.
Piena di lampi subitanei, la questione comincia;
È del bene e del male; ma il male è più grande.
Satana ride attraverso il patibolo trasparente.
Il carnefice, chiunque sia, ha il piede nell’abisso;
Qualunque cosa faccia, ahimè! la scure fa un delitto;
Una lugubre notte fuma su quel tagliente;
Quando ha appena ucciso, come, avvicinandosi.
Si freme di vederlo tutto stillante, e come
Si sente che ha colpito nell’ombra più che un uomo
Appena è scomparso il colpevole immolato.
Fuori dal paniere tragico dove la testa è rotolata.
Il principio innocente, divino, inviolabile.
Con il suo sguardo d’astro simile all’aurora.
Si erge, spettro augusto, un cerchio rosso al collo.
L’uomo è spietato, ahimè, senza sapere dove.
Come non vede che vive in un problema.
Che l’uomo è solidale con i suoi mostri stessi.
E che non può uccidere altro che Abele!
Quando una testa cade, si sente tremare il cielo.
Decapitate Nerone, questa iena insensata,
La vita universale è in Nerone ferita;
Fate salire Tiberio al patibolo domani,
Tiberio sanguinerà il sangue del genere umano.
Siamo tutti mescolati a ciò che fa la Grève;
Quando un uomo, in pubblico, vedendoci come un sogno.
Muore, implorando invano i nostri vili abbandoni.
Questo assassinio è il nostro assassinio e ne rispondiamo;
È con un pezzo della nostra noncuranza. È con uno straccio della nostra coscienza.
Con la nostra anima di tutti, che l’esecutore stanco
Asciuga andandosene il suo orribile coltellaccio.
L’uomo può dimenticare; le cose importune
Si cancellano nello splendore ondulante delle fortune;
Il passato, l’avvenire, si velano a momenti;
I banchetti, i candelabri, i fuochi, i diamanti.
L’illuminazione trionfale delle feste.
Possono eclissare l’ombra enorme dei profeti;
Intorno ai grandi bacini, al bordo delle chiare acque.
I bambini raggianti possono ai gridi d’uccelli
Mescolare il rumore confuso delle loro labbra fiorite.
E, nel Luxembourg o nelle Tuileries,
Davanti ai vecchi eroi di marmo dai pugni contratti.
Danzare, ridere e cantare: gli allori sono tagliati!
La Courtille dalla fronte bassa può annegare nei bicchieri
Il ricordo dei giorni illustri e severi;
Il valzer può rapire, abbagliare, inebriare
Donne di raso, felici di offrire
Il massimo di nudità possibile agli occhi di fiamma;
L’imene può mormorare il suo casto epitalamio;
Il ballo in maschera, lascivo, parato, rumoroso, incantevole,
Può accendere la sua torcia e balzare follemente.
Goule dal sudario gioioso, larva in fiore, spettro rosa;
Ma, qualunque sia il tempo, qualunque sia la causa.
È sempre una notte funesta per tutto il popolo
Quella in cui, conducendo un prete, un carceriere
Fruga nel mazzo di chiavi che pende dalla sua cintura
Per andare, sul letto di febbre e di tortura,
Svegliare prima del tempo un povero uomo addormentato,
Mentre, sulla Grève, intravisti a metà.
Sotto i colpi di martello che fanno fuggire la civetta.
Trabi spaventosi drizzano la loro silhouette.
Arrossati dalla lanterna orribile del carnefice.
La vecchia spada del giudice ha la notte per fodero.
Il tribunale non può da quel fodero livido
Trarre che il dolore, l’ansietà, il vuoto,
Il nulla, il rimorso, l’ignoranza e lo spavento.

Che colpisca in nome del popolo o vendichi in nome del re.
Giustizia! dite voi. — Che chiamate giustizia?
Che ci si aiuti, che si sia fratelli, che si vestano
Quelli che sono nudi, che si dia a tutti il pane sacro.
Che si spezzi l’orribile bagno dove il povero è murato,
Ma che non si tocchi la bilancia oscura!
Il sepolcro dove, pensoso, l’uomo naufraga e affonda.
Al di là di oggi, di domani, delle stagioni.
Dei giorni, del fiammeggiare dei nostri vani orizzonti,
E delle chimere, preda e frutto del nostro studio, A suo cielo pieno d’aurora e fatto di certezza;
La giustizia ne è l’astro immutabile e lontano.
La nostra giustizia, come il nostro destino.
È tentennamento, turbamento, errore, nuvola, dubbio;
Martire, mi applaudo; giudice, mi temo;
L’infallibile, sono io, di’? sei tu? rispondi.
Voi gridate: — I nostri dolori sono il nostro diritto. Colpiamo.
Siamo troppo bersaglio del fato che ci opprime.
Siamo troppo colpiti da un male inspiegabile.
Abbiamo troppo lutti, troppi gioghi, troppi inverni.
Siamo troppo sofferenti, nei nostri destini diversi.
Tutti, i grandi, i piccoli, gli oscuri, i celebri.
Per non condannare qualcuno nelle nostre tenebre. —
Poiché non vedete nulla di chiaro nel destino.
Non affrettatevi troppo a concluderne la morte.
Fosse la morte di un re, di un padrone e di un despota;
Nella bruma insondabile dove tutto sanguina e singhiozza,
Non affrettatevi troppo a prendere le vostre sventure.
I vostri giorni senza fuoco, i vostri giorni senza pane, i vostri gridi, le vostre lacrime.
E questo lutto che su voi e la vostra stirpe cade.
Per farli servire a costruire una tomba.
Qual passo avrete fatto per aver aggiunto
Al vostro oscuro destino, ombra e fatalità.
Questa altra oscurità che chiamate giustizia?
Fare del patibolo, minaccioso edificio.
Un altare per benedire il progresso appena nato,
O viventi, è demenza; e che avrete guadagnato
Quando, di un culto di morte lamentabili ministri.
Avrete sposato questi infermi sinistri,
La giustizia zoppa e la cieca ananke?
La spada cerca sempre un bersaglio sempre mancato;
La palma, questa fiamma dai fiori scintillanti,
Fatta di azzurro, freme davanti a mani sanguinanti.
E indietreggia e fugge, sensitiva dei cieli!
La collera saziata ha la fronte crucciata.
Quanto a me, tu lo sai, notte calma in cui respiro,
Avrei là, sotto i miei piedi, il mio nemico, il peggiore,
Caino giudice, Giuda pontefice, Satana re.
Che aprirei la mia porta e direi: Salvati!

No, l’allargamento dei tetri cimiteri
Non è lo scopo. Camminiamo, arretriamo le frontiere
Della vita! O mio secolo, andiamo sempre più in alto!
Cresciamo!

Che cosa dunque ci vuole, il patibolo.
Questa impalcatura spettro abituata alle folle.
Questo isolotto nero che assedia e batte con le sue onde
La moltitudine dai flutti inquieti e mobili.
Questo sepolcro che viene ad attaccare i viventi,
E che, sui palazzi così come sui tuguri.
Sorge, levando una spada in cima alle sue braccia rosse?
Mistero che si offre agli incroci, pezzo
Della tomba che viene a bagnarsi nel rigagnolo,
Sfidando il giorno, il rumore, i gridi; bara sfacciata
Che, feroce, cinica e vile, sembra atea!
O spettacolo esecrato nei più ripugnanti.
Una morte che si fa gomito a gomito con i passanti,
Che permette che un banditore fuori dall’ombra la tiri!
Una morte che non ha lo spavento del riso.
Svelando la scala che nella notte discende,
Dicendo: guardate! camminando per la strada, e lasciando
Il fango schizzare il suo sudario seminato di astri;
Che, su un palco, mostra tra due vili pilastri
Il suo orrore, la sua fronte nera, il suo occhio di basilisco;
Che acconsente a venire a lavorare in pubblico,
E che, prostituta, accetta, sulle piazze,
La familiarità delle belve plebaglie!

O vivente del sepolcro, vivente dell’infinito,
Geova! Dio, chiarore, raggio mai offuscato.
Per fare della morte, della notte, delle tenebre,
Hanno messo il tuo triangolo tra due pali funebri;
E la loro folla, che vede risplendere il tuo bagliore.
Non sente sulla sua fronte spuntare un aspro sudore.
E l’orrore non stringe questo nero popolo unanime.
Quando fanno, per punire ciò che hanno chiamato crimine.
In nome di ciò che hanno chiamato verità.
Sulla vita, o terrore, cadere l’eternità!

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-limpiccato-victor-hugo/