Era finita. Splendido, scintillante, superbo,
Lucente sulla città come la falce sull’erba,
Largo acciaio di cui il giorno faceva una chiarità,
Avente non so che nella sua tranquillità
Dell’abbagliamento del triangolo mistico,
Simile al bagliore in fondo a un tempio antico,
Il fatale coltello rialzato trionfava.
Non aveva serbato nulla di ciò che aveva fatto
Che una piccola macchia impercettibile e rossa.
Il boia se n’era tornato nel suo tugurio;
E la pena di morte, riconducendo i suoi servi,
Giudici, preti, era rientrata nel suo palazzo,
Con il suo carro terribile la cui ruota,
Silenziosa, lascia un solco nel fango
Che si riempie di sangue non appena è passata.
La folla diceva: bene! perché l’uomo è insensato,
E quelli che seguono tutto, e il cui modo è questo,
Seguono anche questo carro e anche questo solco.
Io ero là. Pensavo. Il tramonto imporporava
Il grave Municipio alle lotte sempre pronto,
Tra l’Ieri che medita e il Domani che sogna.
Il patibolo terminava, rimasto solo sulla Greve,
La sua giornata, vedendo spirare il sole.
Il crepuscolo venne, simile ai fantasmi.
E io ero sempre là, guardavo la scure,
La notte, la città immensa e la piccola macchia.
A mano che in fondo al firmamento oscuro
L’oscurità cresceva come un terrificante muro,
Il patibolo, blocco orribile di tetre impalcature,
Si riempiva di nerezza e diventava tenebre;
Gli orologi suonavano, non l’ora, ma il rintocco;
E sempre, sull’acciaio, benché il coltellaccio
Non fosse più che una forma spaventosa e scura,
Il rossore della macchia appariva nell’ombra.
Un astro, il primo che si scorge la sera,
Mentre io fantasticavo, saliva nel cielo nero.
La sua luce rendeva il patibolo più difforme.
L’astro si ripeteva nel triangolo enorme;
Vi gettava come in un lago il suo riflesso,
Bagliore misterioso e sacro; sembrava
Che sulla scure orribile, ai delitti abituata,
L’astro lasciasse cadere la sua lacrima di luce.
Il suo raggio, come un dardo che urta e rimbalza,
Colpiva il ferro con un urto luminoso; si sarebbe detto
Che si vedesse schizzare la stella dalla scure.
Come un carbone che cade e da un fuoco si stacca;
Si riverberava in quello specchio di spavento;
Sulla giustizia umana e sull’umana legge
Dell’eternità calma augusta schizzata.
“È al cielo che questo ferro ha fatto una ferita?
Pensai. Su chi dunque colpisce l’uomo allucinato?
Qual è dunque il tuo mistero, o lama?” E il mio sguardo
Errava, non vedendo più nulla se non attraverso un velo,
Dalla goccia di sangue alla goccia di stella.
30 marzo 1856.
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-il-patibolo-victor-hugo/
