Ed è lungo questi paesi di sepoltura,
In queste paludi, che sono fangose da mille anni,
Che io ormeggio, questa sera, il mio desiderio d’avventura,
Come un brusco veliero fragile e violento.
Ho abbandonato, laggiù, i moli lontani,
Da cui si esaltava e navigava, nei mattini,
Inappagata,
Con il vecchio bottino del mondo nei suoi fianchi chiari,
Con i suoi padiglioni che aizzano l’aria,
L’Eterna, che è la vita.
Qui, il silenzio pesa con tutto il suo peso
Su un recinto bordato di dune;
Le mani oblique della luna
Vi accarezzano, sotto i cieli freddi,
Enormi file di tombe bianche.
Dei rami, simili a vertebre,
Penalano, spezzati, attorno a tronchi massicci e pesanti;
Grossi uccelli di vaio e di velluto,
Dal volo torpido e lento, vi calpestano le tenebre.
Clessidre d’oro, teschi e torce,
Mani di granito che urtano la soglia dei portici,
Ali di pietra e le loro penne di ferro,
Foglie gialle che cospargono le lastre,
Oh! tutto l’autunno e tutto l’inverno
Della morte immemorabile.
Oh! l’aspro cimitero sparso del pensiero umano!
La montante Babele crollata in tombe,
Dove tutto uno splendore di speranza e di fiaccole,
Contro il suolo, è schiacciato,
Mentre in alto, sempre, i meravigliosi misteri
Aprendo i loro spallieri di fuochi, nel firmamento,
Tendono, ma nella notte, i loro frutti di diamante
Verso le angosce della terra.
Eppure, si sono lanciate in fondo ai cieli,
Per catturarli,
Delle meravigliose reti;
Si sono fissati e aggiustati,
L’uno dopo l’altro, i fatti dopo i fatti;
Si sono erette delle scale fragili
Di cui la ragione rafforzava ogni gradino,
Con dita agili;
Si sono costruiti, per raggiungerli,
Di secolo in secolo e di età in età,
Senza mai stancarsi, né senza lamentarsi,
Dei bianchi e meravigliosi impalcati?
E nondimeno, ecco il cimitero sparso,
La montante Babele crollata in tombe,
Dove il pensiero è frammentato e disperso
In blocchi smarriti
E in tetre fiaccole.
È che colui che si aspettava non è venuto,
Colui, di cui la natura intera
Assemblerà, un giorno, la sottile materia
In crogioli potenti non ancora conosciuti;
È che la razza ardente e fine,
Di cui egli sarà il fiore,
Non ha moltiplicato le sue migliaia di radici
Fino al fondo delle profondità;
È che il passato morto domina ancora e cattura
Troppo fortemente, ogni vigore di volontà,
Perché lo spirito, con un largo sforzo si adatti
Al suo nuovo ambiente di verità;
È che ogni uomo infine non ascolta abbastanza
Il sonno d’avvenire che egli tiene, in se stesso, cullato,
E che egli intende sotto i grandi cieli solennizzati,
Sognare, a parole divine, la notte, nel silenzio.
Mio cuore, è forse un voto di gioia e di valore
Più superbo a formare, che l’essere,
Un giorno, il puro araldo di questo prodigio che nasce;
Che il domare già per la sua larga vittoria,
I bianchi cavalli del vergine orgoglio e della gloria?
Oh voi, mie mani, restate nette e belle,
Oh voi, miei occhi, restate chiari, ma chiusi,
Aspettando il tranquillo ribelle
Che i secoli avranno sottilmente formato,
Per scoprire, a colpi di audacia e di genio,
Le parole che racchiudono ogni armonia
E riunire il nostro spirito e il mondo,
Nelle due mani di una molto semplice legge profonda.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-lattesa-emile-verhaeren/
