(A M. de la Mennais)
Sì, l’anima mia si compiace di scuotere le sue catene:
deponendo il fardello delle miserie umane,
lasciando errare i miei sensi in questo mondo di corpi,
al mondo degli spiriti salgo senza sforzo.
Là, calpestando ai miei piedi questo universo visibile,
io plana in libertà nei campi del possibile,
l’anima mia è stretta nella sua vasta prigione:
mi occorre un soggiorno che non abbia orizzonte.
Come una goccia d’acqua versata nell’Oceano,
l’infinito nel suo seno assorbe il mio pensiero;
là, regina dello spazio e dell’eternità,
essa osa misurare il tempo, l’immensità,
accostare il nulla, percorrere l’esistenza,
e concepire di Dio l’inconcepibile essenza.
Ma appena voglio dipingere ciò che sento,
ogni parola spira in sforzi impotenti.
L’anima mia crede di parlare, la mia lingua impacciata
colpisce l’aria di venti suoni, ombra del mio pensiero.
Dio fece per gli spiriti due linguaggi diversi:
in suoni articolati l’uno vola nell’aria;
questo linguaggio limitato si apprende tra gli uomini,
basta ai bisogni dell’esilio in cui siamo,
e, seguendo degli immortali i destini incostanti,
cambia con i climi o passa con i tempi.
L’altro, eterno, sublime, universale, immenso,
è il linguaggio innato di ogni intelligenza:
non è un suono morto diffuso nell’aria,
è un verbo vivente udito nel cuore;
lo si ode, lo si spiega, lo si parla con l’anima;
questo linguaggio sentito tocca, illumina, infiamma;
di ciò che l’anima prova interpreti ardenti,
esso ha solo sospiri, ardori, slanci;
è la lingua del cielo che parla la preghiera,
e che il tenero amore comprende solo sulla terra.
Alle pure regioni dove amo volare,
l’entusiasmo pure viene a rivelarmela.
Esso solo è la mia fiaccola in questa notte profonda,
e meglio della ragione mi spiega il mondo.
Vieni dunque! Esso è la mia guida, e voglio servirti con esso.
Alle sue ali di fuoco, vieni, lasciati rapire!
Già l’ombra del mondo ai nostri sguardi si cancella,
sfuggiamo al tempo, superiamo lo spazio.
E nell’ordine eterno della realtà,
eccoci faccia a faccia con la verità!
Questo astro universale, senza declino, senza aurora,
è Dio, è questo gran tutto, che sé stesso adora!
Egli è; tutto è in lui: l’immensità, i tempi,
del suo essere infinito sono i puri elementi;
lo spazio è il suo soggiorno, l’eternità la sua età;
il giorno è il suo sguardo, il mondo è la sua immagine;
tutto l’universo sussiste all’ombra della sua mano;
l’essere a flutti eterni discendendo dal suo seno,
come un fiume nutrito da questa sorgente immensa,
ne sfugge, e ritorna a finire dove tutto comincia.
Senza confini come lui le sue opere perfette
benedicono nel nascere la mano che le ha fatte!
Egli popola l’infinito ogni volta che respira;
per lui, volere è fare, esistere è produrre!
Traendo tutto da sé solo, riportando tutto a sé,
la sua volontà suprema è la sua suprema legge!
Ma questa volontà, senza ombra e senza debolezza,
è a un tempo potenza, ordine, equità, saggezza.
Su tutto ciò che può essere la esercita a suo piacere;
il nulla fino a lui si eleva per gradi:
intelligenza, amore, forza, bellezza, giovinezza,
senza mai esaurirsi, può dare senza sosta,
e colmando il nulla dei suoi doni preziosi,
dagli ultimi ranghi dell’essere può trarre degli dèi!
Ma questi dèi della sua mano, questi figli della sua potenza,
misurano da sé a lui l’eterna distanza,
tendendo per loro natura all’essere che li fece;
egli è la loro fine per tutti, ed egli solo si basta!
Ecco, ecco il Dio che ogni spirito adora,
che Abramo servì, che Pitagora sognava,
che Socrate annunciava, che Platone intravedeva;
questo Dio che l’universo rivela alla ragione,
che la giustizia attende, che l’infortunio spera,
e che il Cristo infine venne a mostrare alla terra!
Non è più quello il Dio fabbricato dall’uomo,
quel Dio dall’impostura spiegato all’errore,
quel Dio sfigurato dalla mano dei falsi preti,
che adoravano tremando i nostri creduli antenati.
Egli è solo, egli è uno, egli è giusto, egli è buono;
la terra vede la sua opera, e il cielo sa il suo nome!
Beato chi lo conosce! più beato chi lo adora!
Chi, mentre il mondo o lo oltraggia o lo ignora,
solo, ai raggi pii delle lampade della notte,
si eleva al santuario dove la fede lo introduce
e, consumato d’amore e di riconoscenza,
brucia come incenso la sua anima in sua presenza!
Ma per salire a lui il nostro spirito abbattuto
deve prendere dall’alto la sua forza e la sua virtù.
Bisogna volare al cielo su ali di fiamma:
il desiderio e l’amore sono le ali dell’anima.
Ah! perché non sono nato nell’età in cui gli umani,
giovani, appena ancora sfuggiti dalle sue mani,
vicini a Dio per il tempo, più vicini per l’innocenza,
conversavano con lui, camminavano in sua presenza?
Perché non ho visto il mondo al suo primo sole?
Perché non ho udito l’uomo al suo primo risveglio?
Tutto gli parlava di te, tu stesso gli parlavi;
l’universo respirava la tua maestà suprema;
la natura, uscendo dalle mani del Creatore,
esibiva in ogni senso il nome del suo autore;
questo nome, nascosto poi sotto la ruggine delle età,
in tratti più splendenti brillava sulle tue Opere;
l’uomo nel passato risaliva solo a te;
invocava suo padre, e tu dicevi: Sono io.
A lungo come un bambino la tua voce degnò istruirlo,
e per la mano a lungo volesti condurlo.
Quante volte nella tua gloria a lui ti sei mostrato,
ai valloni di Sennar, alle querce di Mambré,
nel roveto di Horeb, o sull’augusta cima
dove Mosè agli Ebrei dettava la sua legge sublime!
Questi figli di Giacobbe, primogeniti degli umani,
ricevettero quarant’anni la manna dalle tue mani
tu colpivi il loro spirito con i tuoi viventi oracoli!
Tu parlavi ai loro occhi con la voce dei miracoli!
E quando ti dimenticavano, i tuoi angeli discesi
richiamavano la tua memoria ai loro cuori smarriti!
Ma infine, come un fiume allontanato dalla sua sorgente,
questo ricordo così puro si alterò nel suo corso!
Di questo astro invecchiato la cupa notte dei tempi
eclissò per gradi i raggi splendenti;
tu cessasti di parlare; l’oblio, la mano delle età,
consumarono quel gran nome impresso nelle tue opere;
i secoli passando fecero impallidire la fede;
l’uomo pose il dubbio tra il mondo e te.
Sì, questo mondo, Signore, è invecchiato per la tua gloria;
ha perduto il tuo nome, la tua traccia e la tua memoria
e per ritrovarli dobbiamo, nel suo corso,
risalire flutto a flutto il lungo fiume dei giorni!
Natura! firmamento! invano l’occhio vi contempla;
ahimè! senza vedere il Dio, l’uomo ammira il tempio,
vede, segue invano, nei deserti dei cieli,
dei loro mille soli il corso misterioso!
Non riconosce più la mano che li dirige!
Un prodigio eterno cessa di essere un prodigio!
Come brillavano ieri, brilleranno domani!
Chi sa dove cominciò il loro glorioso cammino?
Chi sa se questa fiaccola, che luce e feconda,
una prima volta si è levata sul mondo?
I nostri padri non videro brillare il suo primo giro
e i giorni eterni non hanno primo giorno.
Sul mondo morale, invano la tua provvidenza,
in questi grandi cambiamenti rivela la tua presenza!
Invano nei tuoi giochi l’impero degli umani
passa da uno scettro all’altro, errando di mano in mano;
i nostri occhi abituati alla sua vicissitudine
si sono fatti della tua gloria una fredda abitudine;
i secoli hanno tanto visto di questi grandi colpi del destino:
lo spettacolo è logoro, l’uomo intorpidito si addormenta.
Risvegliaci, gran Dio! parla e cambia il mondo;
fai udire al nulla la tua parola feconda.
È tempo! levati! esci da questo lungo riposo;
trai un altro universo da questo altro caos.
Ai nostri occhi assopiti occorrono altri spettacoli!
Ai nostri spiriti fluttuanti occorrono altri miracoli!
Cambia l’ordine dei cieli che non ci parla più!
Lancia un nuovo sole ai nostri occhi smarriti!
Distruggi questo vecchio palazzo, indegno della tua gloria;
vieni! mostrati tu stesso e costringici a credere!
Ma forse, prima dell’ora in cui nei cieli deserti
il sole cesserà di illuminare l’universo,
di questo sole morale la luce eclissata
cesserà per gradi di illuminare il pensiero;
e il giorno che vedrà questo gran flambeau distrutto
immergerà l’universo nell’eterna notte.
Allora tu spezzerai la tua inutile opera:
i suoi detriti fulminati ridiranno di età in età:
Solo io sono! fuori di me nulla può sussistere!
L’uomo cessò di credere, cessò di esistere!
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-dio-alphonse-de-lamartine/
