Colui della fatica

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Questa sera, l’uomo della fatica
A guardare s’illimita il mare,
Sotto il regno del vento despota e dei lampi,
Le braccia cadenti, laggiù, s’è seduto sulla mia diga.

Il vestito dei più bei sogni,
L’orgoglio delle umane scienze brevi,
L’ardore, senza più alcun sussulto di linfa,
Cadevano, in brandelli, sul suo corpo:
Quest’uomo era vestito di secoli morti.

Non era più la vita,
Non era ancora la morte;
Era la fatica inappagata.

Aveva visto bruciare strane pietre,
Un tempo, nei bracieri del pensiero:
I fuochi avevano leccato le ciglia delle sue palpebre
E il suo ardore s’era spezzato
Sulla scala a chiocciola dell’infinito.
La sua testa aveva nutrito tutte le glosse.
Si trascinava dietro un’ala grandiosa
– Ridicola – le cui penne cadevano;
Nuvole vitree lo sovrastavano,
Ma nondimeno una chimera ultima
Accendeva d’oro il suo elmo e il suo vessillo.

Stanco del bene, stanco del male, stanco di tutto
Manteneva in piedi
Ancora, un ultimo voto, sotto l’assalto dei contrari:
Avendo visto tante cose necessarie sommergersi,
Che si scontravano per la loro rapida verità,
Lui, che si ricordava d’essere e d’essere stato,
Che non poteva morire e che non poteva vivere,
Osava amare tuttavia la sua stanchezza di seguire,
Tra i sì battuti dai no, il suo cammino, solo.

Di ogni pensatore ardente, si sentiva l’avo.
Il suolo del mondo era marcio di tante epoche
E il sole era così vecchio!
E tanti pugni futili vittoriosi
Non avevano rubato al cielo che fulmini barocchi.
Ed è decisamente: “Miseria!” per tutta l’eternità
Che attraverso il suo pianeta e verso i suoi astri
La testa pallida e sanguinante dei suoi disastri,
Per mille e mille anni griderà l’umanità.

Certo, ma rannicchiarsi nella rara saggezza,
Da cui nulla traspare che il sapere
E la cultura e la disciplina della sua debolezza;
Mettere d’accordo l’odio e il desiderio; volere,
Ogni ora, violentare la sua malattia;
Amarla e maledirla e sentirla

Calda come un focolare male spento d’incendio,
Spiegare la sua pena e rivestirsene;
Avere, dalle sue stesse sventure, l’orgoglio;
Amare infine colui che, nelle città, passa
E si siede, sorridendo davanti alla soglia
Del tempio, dove vanno a pregare gli uomini della sua stirpe.

E poi proclamarlo, ma erigere la speranza
Solo per, subdolamente, abbatterla con il suo odio;
Contrariare l’aurora con la sera;
Torturare il presente con l’ora prossima;
Trovare dolcezza nella sua angoscia, stanca
Di non avere più paura della minaccia;
Non illuminare con fuoco troppo grande
L’enigma da indovinare al di là delle nuvole,
Che fece pensare i saggi
Che un Dio conosciuto non è più un Dio.

Questa sera, l’uomo della fatica,
Tutto lentamente, ha sollevato,
Come un tesoro dissotterrato,
Ai bordi del fiume, dove la mia anima naviga,
La scienza della fatica.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-colui-della-fatica-emile-verhaeren/