Sì, ho lasciato quel porto tranquillo,
Quel porto sì a lungo desiderato,
Dove lontano dagli affanni della città,
In un ozio dolce e agevole,
Senza rumore i miei giorni sarebbero scorsi.
Ho lasciato l’oscura valle,
Il tetto campestre di un amico;
Lontano dai boschetti di Bissy,
La mia musa, a malincuore esiliata,
Si allontana triste e desolata
Dal soggiorno che aveva scelto.
Non andremo più nei prati,
Al primo raggio del mattino,
A smarrire, con passo incerto,
Le nostre poetiche fantasticherie.
Non vedremo più il sole,
Dall’alto delle cime d’Italia
Precipitando il suo carro vermiglio,
Simile al padre della vita,
Rendere alla natura assopita
Il primo splendore del risveglio.
Non gusteremo più la vostra ombra,
Vecchi pini, onore di queste foreste,
Non udrete più i nostri segreti;
Sotto questa grotta umida e scura
Non cercheremo più il fresco,
E la sera, al tempio rustico,
Quando la campana malinconica
Chiamerà tutto il casale,
Non andremo più, alla preghiera,
A curvarci sulla semplice pietra
Che copre una rustica tomba.
Addio, valli; addio, boschetti;
Lago azzurro, rocce selvagge,
Boschi folti, tranquillo soggiorno,
Soggiorno dei felici e dei saggi,
Vi ho lasciati senza ritorno.
Già la mia barca fuggitiva
Al soffio degli zefiri ingannatori,
Si allontana a malincuore dalla riva
Che non offrivano dèi protettori.
Affronto nuove tempeste;
Senza dubbio a nuovi naufragi
La mia fragile scialuppa è votata,
Eppure nel fiore dell’età,
Su quali scogli, su quali rive
Non sono già naufragato?
Ma con un lamento temerario
Perché affaticare il destino?
Appena a metà del cammino,
Bisogna guardare indietro?
Le mie labbra appena hanno gustato
Il calice amaro della vita,
Lontano da me l’ho rigettato;
Ma il crudele decreto è pronunciato,
Bisogna bere fino alla feccia!
Quando i miei passi avranno varcato
I due terzi del nostro percorso,
Sotto il peso di una vita intera
Quando i miei capelli saranno imbiancati,
Tornerò dalla vecchia Bissy
A visitare il tetto solitario
Dove il cielo mi custodisce un amico.
In qualche profondo rifugio,
Sotto gli alberi da lui piantati,
Vedremo scorrere come l’onda
La fine dei nostri giorni agitati.
Là, senza timore e senza speranza,
Sulla nostra tempestosa esistenza,
Ricondotti dal ricordo,
Volgendo lo sguardo all’indietro,
Misureremo il cammino,
Che avremo dovuto percorrere.
Come un pilota ottuagenario,
Dall’alto di una roccia solitaria,
La sera, tranquillamente seduto,
Lascia vagare lontano lo sguardo
E contempla ancora la distesa
Dei mari che solcò un tempo.
Alphonse de Lamartine
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-addio-alphonse-de-lamartine/
