Tu mi parli dal fondo di un sogno
Come un’anima parla ai viventi.
Come la spuma della riva,
La tua veste fluttua nei venti.
Io sono l’alga dei flutti innumerevoli,
Il prigioniero del destino vincitore;
Io sono colui che tutta l’ombra
Copre senza spegnere il suo cuore.
Il mio spirito somiglia a quest’isola,
E la mia sorte a quell’oceano;
E io sono l’abitante tranquillo
Del fulmine e dell’uragano.
Io sono il proscritto che si vela,
Che sogna e canta, lontano dal rumore,
Con la civetta e la stella,
La cupa canzone della notte.
Tu, non sei forse, come me stesso,
Fiacco in questo mondo aspro e vile,
Anima, cioè problema,
E donna, cioè esilio?
Esci dalla nube, ombra incantevole.
O fantasma, lasciati vedere!
Sii un faro nella mia tormenta,
Sii uno sguardo nel mio cielo nero!
Cercami tra i gabbiani!
Drizza un raggio sul mio scoglio,
E, nelle mie profondità mute,
Il candore dell’angelo pensoso!
Sii l’ala che passa e si mescola
Alle grandi onde in furore.
Oh, vieni! devi essere molto bella,
Perché il tuo canto lontano è molto dolce;
Perché la notte genera l’aurora;
È forse una legge dei cieli
Che il mio nero destino faccia sbocciare
Il tuo sorriso misterioso!
In questo tenebroso mondo dove erro,
Dobbiamo incontrarci,
Tu, tutta fatta di luce,
Io, tutto composto di dovere!
Tu mi dici da lontano che mi ami,
E che, la notte, all’orizzonte,
Vieni a vedere sulle rive pallide
Lo spettro bianco della mia casa.
Là, meditando sotto la grande cupola,
Presso il flutto senza tregua agitato,
Sorpresa di trovare l’atomo
Somigliante all’immensità,
Tu paragoni, senza conoscermi,
L’onda all’uomo, l’ombra al bandito,
La mia lampada che stella la mia finestra
All’astro che stella l’infinito!
Talvolta, come in fondo a una tomba,
Ti sento sulla mia fronte fatale,
Bocca dell’Ignoto da cui cade
Il puro bacio dell’Ideale.
Al tuo soffio, verso Dio sospinte,
Sento in me, dolce spavento,
Fremere tutti i miei pensieri,
Foglie dell’albero interiore.
Ma tu non vuoi che ti si veda;
Vieni e fuggi a turno;
Non vuoi chiamarti gioia,
Avendo detto: Mi chiamo amore.
Oh! fai un passo di più! Vieni, entra,
Se nessun dovere lo vieta;
Vieni a vedere la mia anima nella sua spelonca,
Lo spirito leone, il cuore bambino;
Vieni a vedere il deserto dove abito
Solo sotto il mio soffitto spaventoso;
Sii l’angelo presso il cenobita,
Sii la luce presso il veggente.
Cambia in perle nelle mie macerie
Tutte le mie gocce di sudore!
Vieni a posare sulle mie opere oscure
Il tuo dito da cui esce un bagliore!
Dal bordo dei sinistri burroni
Del sogno e della visione,
Intravedo le cose divine… –
Completa l’apparizione!
Vieni a vedere il sognatore che si infiamma
Man mano che si distrugge,
E, di giorno in giorno, nella sua anima
Ha più morte e meno notte!
Vieni! vieni nella mia nebbia smarrita,
Dove nasce la fede, da cui lo spirito esce,
Dove confusamente guardo
Le forme oscure del destino.
Tutto si rischiara ai bagliori funebri;
Dio, per il pensatore rattristato,
Apre sempre nelle tenebre
Bruschi abissi di luce.
Prima di essere su questa terra,
Sento che un tempo ho planato;
Ero l’arcangelo solitario,
E la mia sventura è di essere nato.
Sulla mia anima, che fu colomba,
Vieni, tu che dei cieli hai il sigillo.
Talvolta una piuma cade
Sul cadavere di un uccello.
Sì, la mia sventura irreparabile,
È di pendere ai due elementi,
È di avere in me, miserabile,
Del fango e dei firmamenti!
Ahimè! ahimè! è di essere un uomo;
È di pensare che ero bello,
Di ignorare come mi chiamo,
Di essere un cielo e di essere una tomba!
È di essere un forzato che porta in giro
Il suo vile lavoro sotto il cielo azzurro;
È di portare la gerla umana
Dove avevo le vostre ali, mio Dio!
È di trascinare della materia;
È di essere pieno, io, figlio del giorno,
Della terra del cimitero,
Anche quando grido: Amore!
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-a-colei-che-e-velata-victor-hugo/
