Il Cid

Poesi di Jules Barbey d'Aurevilly Raccolta PolveriEpoca XIX secolo

A Georges Landry.

Una sera, nella Sierra, passava Campéador.
Sulla sua corazza d’oro il sole specchiava l’oro
Degli ultimi fiammeggiamenti d’una serata ardente
E sembrava dello eroe lo splendore fiammante!
Era oro dappertutto, dal cimiero ai talloni.
L’oro dei cosciali sfiorava l’oro dei gualdrappi.
Rubini granati facevano fuoco sul suo elmo,
Ma i suoi occhi ne facevano ancor più sotto la maschera…
Superbo, e con agio, andava senza pari,
E non avendo nulla da battere, batteva il Sole!

E i pastori appollaiati sui pendii delle montagne
Se lo additavano fiammeggiante, in lontananza nelle campagne,
Come una torre di fuoco, quel grande cavaliere d’oro,
E dicevano: «È san Giacomo o ben Campéador!»

Confondendo entrambi in una stessa gloria,
L’uno per meglio ammirarlo, l’altro per meglio credervi!

Or, come passava là, magnifico e possente,
E calmo, e grave, e lento, il radioso passante
Udì nel cavo d’un burrone solitario
Una voce che sembrava, triste, uscir di terra:
Ed era, disteso sul suolo, un lebbroso,
Una immondizia umana, un mostro, un essere orribile,
Il cui aspetto fece drizzare tutto dritto nella polvere,
I due piedi del cavallo che si alzavano all’indietro,
Se toccavano quell’essere, ne resterebbero sporchi,
Come se avesse compreso che i ferri dei suoi piedi,
E che non avrebbe potuto più nettarsene il fango!

Tuttavia l’eroe, nel suo splendore d’Arcangelo,
Inchinando il suo pennacchio sfavillante, scorse
L’odioso malandrino, sporco e vile, il rifiuto
Dall’alto del suo cavallo impennato, come da un trono,
Del mondo; — gli tese nobilmente la sua elemosina
A quel lebbroso impuro, contagioso maledetto,
Che gliela chiedeva nel nome di Gesù Cristo.
Fu allora che si poté vedere una cosa toccante:
Allungando verso il Cid la sua mano polverulenta,

Il lebbroso accovacciato si mise sui ginocchi,
Sorpreso — il respinto! — di vedere un uomo dolce
Non mostrare l’orrore che ispirava la sua presenza
E non allontanarlo dal legno duro della sua lancia;
E toccato nel cuore di vedere quella pietà,
Osò, lui, il vile, l’orribile, l’umiliato,
In uno di quegli slanci più forti della natura,
Al guanto d’acciaio incollare la sua bocca impura.
Lo sventurato sapeva che poteva appoggiare,
Senza dargli il suo male, sul brillante acciaio,
Bagnarlo della sua labbra, trascinarvi il suo alito.
Lui, che non aveva mai baciato mano umana,
E che dava la morte con un solo tocco,
Tracannò la sua fronte butterata sull’acciaio di quel guanto.
E il Cid lo lasciò molto tranquillamente fare,
Senza disdegno, senza disgusto, senza odio, senza collera.
Immobile, restava il grande Campéador!
Che poteva pensare sotto la griglia d’oro
Del suo elmo in rubini, quando vide quella audacia?
Quale sentimento passò sotto l’oro della sua corazza?
Ma fissò a lungo il lebbroso, — poi, d’un tratto,
Si strappò il guanto e gli diede la mano.

Jules Barbey d’Aurevilly

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-il-cid-jules-barbey-d-aurevilly/