La clemenza

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Era un dolce paese illuminato di pianure
Dove circolavano lunghi greggi
Di cui si vedevano le lane
Imbiancare i prati e specchiarsi nell’acqua;
Erano campi di fiori all’infinito:
Un fiume vi serpeggiava di casolare in casolare;
Il suo corso faceva, in lontananza, un gesto di luce;
Erano laghi, cinti di giunchi; come grandi nidi,
Dove gli uccelli si addormentavano in silenzio,
Dove solo, un vento molto lento di pace e di clemenza
Muoveva l’aria pacifica intorno a un isolotto d’oro.
Era l’ora della sera e delle onde immobili
Quando l’eco liscia e pura raddoppia, di riva in riva,
La voce dei traghettatori d’acqua sulle rive natali.

I villaggi pensavano in fondo ai viali.
Persuasive e benvenute
Le buone volontà di amare e di ben vivere
Dilatavano l’essere – e lo spirito sembrava ebbro
O di gioia intenerita o di fiero dolore.
Un po’ dell’oro delle sere penetrava nei fiori
Che si chiudevano per addormentarsi;
Si guardava, lungo i grandi cammini, fremere
Dall’alto in basso, i pioppi notturni;
Il volo degli angelus, sulle cose, planava;
Un senso nuovo del mondo, con dolcezza, cadeva
Dalle urne
Che l’infinito e il mistero
Inchinano, da migliaia d’anni,
Verso i desideri tesi e ansanti
E le estasi della terra.

Pure, nel cristallo tagliate,
Le prime stelle risvegliate
Apparivano, una a una, sull’orizzonte.
La tranquilla rugiada inargentava il prato;
Una bontà malinconica e fresca
Veniva dalle cose verso il cuore;
Ogni chiarore, come frecce,
Puntava la sua forza in profondità;
Ai lontani azzurri di calma e di preghiera,
L’ombra chinante sposava la luce;
Mani giunte sembravano dalla terra salire
E levarsi sempre e esaltarsi,
E tale era l’ardore di benevolenza
Che vi stringeva, che esplodeva in violenza
E se ne andava, più in alto del perdono stesso,
A saettare, verso quel desiderio estremo
Di essere improvvisamente lo zimbello o la preda
Di un’ingiustizia – e di piangerne di gioia.

Si desiderava
Spogliarsi di ogni orgoglio;
Si desiderava
Essere colui che fa accoglienza
Al sacrificio – e che tace;
Si desiderava,
Unirsi confusamente a tutto ciò che tremava,
In questa sera pura e traslucida
Come bagliori d’oro in una vetrata d’abside.

Si desiderava infine
Fondere e sprofondare in queste prove chiare
Felicita che si lascia, angosce che si vuole, dolore che si vince,
E vivere, nel loro tumulto intimo e volontario,
Come un martire o come un santo.

I casolari, laggiù, dormivano lungo le strade;
I fiori e i colori si spegnevano tutti;
Ma l’eco liscia e pura raddoppiava sempre, raddoppiava ancora,
Di riva in riva,
In quest’ora di calma e di onde immobili
La voce dei traghettatori d’acqua dei fiumi natali.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-clemenza-emile-verhaeren/