La speranza in Dio

Poesi di Alfred De Musset Raccolta Poesie nuoveEpoca XIX secolo

Finché il mio povero cuore, ancora pieno di giovinezza,
Alle sue illusioni non avrà detto addio,
Vorrei attenermi all’antica saggezza,
Che del sobrio Epicuro fece un semidio.
Vorrei vivere, amare, abituarmi agli uomini,
Cercare un po’ di gioia e non contarci troppo,
Fare ciò che si è fatto, essere ciò che siamo,
E guardare il cielo senza inquietarmene.

Non posso; — mio malgrado l’infinito mi tormenta.
Non saprei pensarvi senza timore e senza speranza;
E, comunque si sia detto, la mia ragione si spaventa
Di non comprenderlo eppure di vederlo.
Che cos’è dunque questo mondo, e che ci veniamo a fare,
Se perché si viva in pace, bisogna velare i cieli?
Passare come un gregge con gli occhi fissi a terra,
E rinnegare il resto, è dunque essere felici?
No, è cessare d’essere uomini e degradare la propria anima.
Nella creazione il caso mi ha gettato;
Felice o infelice, sono nato da una donna,
E non posso fuggire fuori dell’umanità.

Che fare dunque? «Godi, dice la ragione pagana;
Godi e muori; gli dèi non pensano che a dormire.
— Spera soltanto, risponde la fede cristiana;
Il cielo veglia incessantemente, e tu non puoi morire.»
Tra queste due vie esito e mi fermo.
Vorrei, in disparte, seguire un sentiero più dolce.
Non ne esiste alcuno, dice una voce segreta;
Al cospetto del cielo, bisogna credere o negare.
Lo penso anch’io; le anime tormentate
Nell’uno e nell’altro eccesso si gettano a turno,
Ma gli indifferenti non sono che atei;
Non dormirebbero più se dubitassero un solo giorno.
Mi rassegno dunque, e, poiché la materia
Mi lascia nel cuore un desiderio pieno di spavento,
Le mie ginocchia si piegheranno; voglio credere e spero.
Che cosa diventerò, e che cosa si vuole da me?
Eccomi nelle mani d’un Dio più temibile
Di quanto siano insieme tutti i mali di quaggiù;
Eccomi solo, errante, fragile e miserabile,
Sotto gli occhi d’un testimone che non mi lascia mai.
Egli mi osserva, mi segue. Se il mio cuore batte troppo forte,
Offendo la sua grandezza e la sua divinità.
Un abisso è sotto i miei passi se vi mi precipito,
Per espiare un’ora bisogna l’eternità.
Il mio giudice è un carnefice che inganna la sua vittima.
Per me, tutto diventa trappola e tutto cambia nome
L’amore è un peccato, la felicità è un delitto,
E l’opera dei sette giorni non è che tentazione
Non serbo più nulla della natura umana;
Non esiste per me né virtù né rimorso.
Attendo la ricompensa ed evito la pena;
La mia sola guida è la paura, e la mia sola meta, la morte.
Mi si dice tuttavia che una gioia infinita
Attende alcuni eletti. — Dove sono, questi felici?
Se mi avete ingannato, mi renderete la vita?
Se mi avete detto il vero, mi aprirete i cieli?
Ahimè! quel bel paese di cui parlavano i vostri profeti,
Se esiste lassù, dev’essere un deserto
Voi li volete troppo puri, i felici che fate,
E quando la loro gioia arriva, hanno troppo sofferto.
Sono soltanto uomo, e non voglio essere di meno,
Né tentare di più. — A che dunque fermarmi?
Poiché non posso credere alle promesse del prete,
È l’indifferente che consulterò?

Se il mio cuore, stanco del sogno che lo ossessiona,
Alla realtà ritorna per saziarsi,
Nel fondo dei vani piaceri che chiamo in mio aiuto
Trovo un tale disgusto, che mi sento morire
Nei giorni stessi in cui talvolta il pensiero è empio,
In cui si vorrebbe negare per cessare di dubitare,
Quando possedessi tutto ciò che in questa vita
Nei suoi vasti desideri l’uomo può bramare;
Datemi il potere, la salute, la ricchezza,
L’amore stesso, l’amore, il solo bene di quaggiù!
Che la bionda Astarte, che la Grecia idolatrava,
Dalle sue isole azzurre esca aprendomi le braccia;
Quando potessi cogliere nel seno della terra
I segreti elementi della sua fecondità,
Trasformare a mio piacere la vivace materia
E creare per me solo una bellezza unica;
Quando Orazio, Lucrezio e il vecchio Epicuro,
Assisi al mio fianco mi chiamerebbero felice
E quando questi grandi amanti dell’antica natura
Mi canterebbero la gioia e il disprezzo degli dèi,
Direi loro a tutti: «Qualunque cosa possiamo fare,
Io soffro, è troppo tardi; il mondo è invecchiato
Un’immensa speranza ha attraversato la terra;
Malgrado noi verso il cielo bisogna levare gli occhi!»
Che mi resta dunque? La mia ragione rivoltata
Invano tenta di credere e il mio cuore di dubitare
Di cristiano mi spaventa, e ciò che dice l’ateo,
Malgrado i miei sensi, non posso ascoltarlo.
I veri religiosi mi troveranno empio,
E gli indifferenti mi crederanno insensato.
A chi mi rivolgerò, e quale voce amica
Consolerà questo cuore che il dubbio ha ferito?

Esiste, si dice, una filosofia
Che ci spiega tutto senza rivelazione,
E che può guidarci attraverso questa vita
Tra l’indifferenza e la religione.
Vi acconsento. — Dove sono, questi fabbricanti di sistemi,
Che sanno, senza la fede, trovare la verità,
Sofisti impotenti che credono solo in se stessi?
Quali sono i loro argomenti e la loro autorità?
L’uno mi mostra quaggiù due principi in guerra,
Che, vinti a turno, sono entrambi immortali;
L’altro scopre in lontananza, nel cielo solitario,
Un inutile Dio che non vuole altari.
Vedo Platone sognare e Aristotele pensare;
Ascolto, applaudo, e proseguo il mio cammino
Sotto i re assoluti trovo un Dio despota;
Oggi ci parlano di un Dio repubblicano.
Pitagora e Leibniz trasfigurano il mio essere.
Cartesio mi abbandona in mezzo ai turbini.
Montaigne si esamina, e non può conoscersi.
Pascal fugge tremando le proprie visioni.
Pirrone mi rende cieco, e Zenone insensibile.
Voltaire getta a terra tutto ciò che vede in piedi
Spinoza, stanco di tentare l’impossibile,
Cercando invano il suo Dio, crede di trovarlo ovunque.
Per il sofista inglese l’uomo è una macchina.
Infine esce dalle nebbie un retore tedesco
Che, del filosofismo compiendo la rovina,
Dichiara il cielo vuoto, e conclude al nulla.

Ecco dunque i detriti dell’umana scienza!
E, da cinquemila anni che si è sempre dubitato,
Dopo tanta fatica e tanta perseveranza,
È questa l’ultima parola che ci è rimasta
Ah! poveri insensati, miserabili cervelli,
Che in tanti modi avete tutto spiegato,
Per andare fino ai cieli vi servivano le ali;
Avevate il desiderio, vi è mancata la fede.
Vi compiango; il vostro orgoglio parte da un’anima ferita,
Sentivate i tormenti di cui il mio cuore è pieno
E la conoscevate, questa amara pensiero
Che fa rabbrividire l’uomo vedendo l’infinito.
Ebbene, preghiamo insieme, abiuriamo la miseria
Dei vostri calcoli infantili, di tante vane fatiche!
Ora che i vostri corpi sono ridotti in polvere
Andrò a inginocchiarmi per voi sulle vostre tombe.
Venite, retori pagani, maestri della scienza,
Cristiani dei tempi passati e sognatori d’oggi;
Credetemi, la preghiera è un grido di speranza!
Perché Dio ci risponda, rivolgiamoci a lui,
Egli è giusto, è buono; senza dubbio vi perdona.
Tutti avete sofferto, il resto è dimenticato.
Se il cielo è deserto, non offendiamo nessuno;
Se qualcuno ci ascolta, ci prenda in pietà!

O tu che nessuno ha potuto conoscere,
E non ha rinnegato senza mentire,
Rispondimi, tu che mi hai fatto nascere,
E domani mi farai morire!

Poiché ti lasci comprendere,
Perché fai dubitare di te?
Qual triste piacere puoi trarre
Dal tentare la nostra buona fede?

Appena l’uomo leva la testa,
Crede di intravederti nei cieli;
La creazione, sua conquista,
Non è che un vasto tempio ai suoi occhi.

Appena ridiscende in se stesso,
Ve lo trova; tu vivi in lui.
Se soffre, se piange, se ama,
È il suo Dio che lo vuole così.

Della più nobile intelligenza
La più sublime ambizione
È di provare la tua esistenza,
E di far compitare il tuo nome.

In qualunque modo ti si chiami,
Brahma, Giove o Gesù,
Verità, Giustizia eterna,
Verso te tutte le braccia sono tese.

L’ultimo dei figli della terra
Ti rende grazie dal fondo del cuore,
Appena si mescola alla sua miseria
Un’apparenza di felicità.

Il mondo intero ti glorifica:
L’uccello ti canta sul suo nido;
E per una goccia di pioggia
Migliaia di esseri ti hanno benedetto.

Non hai fatto nulla che non si ammiri;
Nulla di te è perduto per noi;
Tutto prega, e tu non puoi sorridere
Che noi non cadiamo in ginocchio.

Perché dunque, o Maestro supremo,
Hai creato il male così grande,
Che la ragione, la virtù stessa
Si spaventano vedendolo?

Quando tante cose sulla terra
Proclamano la Divinità,
E sembrano attestare d’un padre
L’amore, la forza e la bontà,

Come, sotto la santa luce,
Si vedono atti così orribili,
Che fanno spirare la preghiera
Sulle labbra dell’infelice?

Perché, nella tua opera celeste,
Tanti elementi così poco d’accordo?
A che serve il crimine e la peste?
O Dio giusto! perché la morte?

La tua pietà dovette essere profonda
Quando, con i suoi beni e i suoi mali,
Questo ammirevole e povero mondo
Uscì piangendo dal caos!

Poiché volevi sottometterlo
Ai dolori di cui è pieno,
Non avresti dovuto permettergli
Di intravederti nell’infinito.

Perché lasciare la nostra miseria
Sognare e indovinare un Dio?
Il dubbio ha desolato la terra;
Ne vediamo troppo o troppo poco.

Se la tua misera creatura
È indegna di avvicinarti,
Bisognava lasciare la natura
Avvolgerti e nasconderti.

Ti resterebbe la tua potenza,
E ne sentiremmo i colpi;
Ma il riposo e l’ignoranza
Avrebbero reso i nostri mali più dolci.

Se la sofferenza e la preghiera
Non raggiungono la tua maestà,
Serba la tua grandezza solitaria,
Chiudi per sempre l’immensità.

Ma se le nostre angosce mortali
Fino a te possono giungere;
Se, nelle pianure eterne,
Talvolta ci senti gemere,

Spezza questa volta profonda
Che copre la creazione;
Solleva i veli del mondo,
E mostrati, Dio giusto e buono!

Non scorgereai sulla terra
Che un ardente amore della fede,
E l’umanità tutta intera
Si prostrerà davanti a te.

Le lacrime che l’hanno esaurita
E che scorrono dai suoi occhi,
Come una leggera rugiada
Si dissolveranno nei cieli.

Non sentirai che le tue lodi,
Che un concerto di gioia e d’amore
Simile a quello che i tuoi angeli
Riempiono dell’eterna dimora;

E in questo osanna supremo,
Vedrai, al suono dei nostri canti,
Fuggire il dubbio e la bestemmia,
Mentre la Morte stessa
Vi unirà i suoi ultimi accenti.

Alfred De Musset

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-speranza-in-dio-alfred-de-musset/