L’imperatore vide, una sera, il sole andarsene;
chinò la fronte triste, e restò senza parlare.
Poi, come udì i suoi orologi di rame,
che aveva appena accordato, seguirlo con piede zoppo,
pensò che un tempo, senza esserci riuscito,
si era preso cura di accordare gli uomini.
– Signore, Signore! disse, chi me ne diede la voglia?
Ho traversato il mare undici volte in vita mia;
dieci volte i Paesi Bassi; l’Inghilterra tre volte;
ho fatto abbastanza la guerra a quel povero Francesco!
Ho visto due volte l’Africa e nove volte la Germania,
e ora muoio suddito del re di Spagna!
Eh! che fare a regnare? non ho più nemici;
ciascuno si è nella tomba, a sua volta, addormentato.
Come un cane affamato, l’oblio tutti li divora;
già la sera d’un secolo all’altro serve d’aurora.
Dunque io, più abile a soffrire più a lungo,
solo fra tanti re, dimenticato di morire?
O, nelle loro dita irrigidite quando la coppa fu piena,
quando il glaive di Dio, per livellare la pianura,
decimò i grandi monti, ero dunque così in basso,
che l’arcangelo, passando, allora non mi vide?
Me ne vado dunque a invecchiare contando le mie campagne,
come un pastore i suoi buoi che scendono dai monti,
perché si leggano nel mio cuore le lezioni del passato,
come in un libro pallido e presto cancellato?
Troppo avanti nella notte si allunga la mia giornata.
Dio sa a quali figli l’Europa si è data!
Su quali braccia poserà tutto questo vecchio universo,
che con i suoi cento Stati, con i suoi quattro mari,
portavo nel mio seno e nella mia testa calva!
Filippo!… che san Giusto dai suoi crimini lo salvi!
Poiché dal giorno che erede di suo padre, sentì
che per la sua grande spada era troppo piccolo,
non ha forse scambiato il cielo con la terra,
con un boia mascherato il suo confessore austero?
La Francia!… oh! quale destino, nei suoi giochi così profondi,
mise la duenna orgogliosa nelle mani d’un re buffone,
che se ne va, riaggiustando il farsetto alla sua taglia,
ai caroselli oziosi a dipingersi una battaglia!
Ah! quando morì Francesco, quale saggio ha dubitato
che del solo Carlo V moriva rimpianto?
Con il suo ultimo grido suonò la mia ultima ora.
Dove trovare ora qualcuno che mi pianga?
Mio figlio mi lascia qui finirmi; poiché infine
chi gli dirà se è di vecchiaia o di fame?
Mi dà la morte come prezzo della sua nascita!
I miei benefici l’hanno guarito dalla sua riconoscenza.
Viene a spingermi quando ho inciampato. –
Va bene. – Sto per cadere. – Il sole è tramontato!
O terra! ricevimi; perché ti rendo la mia cenere!
Venni nudo dal tuo seno, nudo vi ridiscendo.
Così parlò quest’uomo dal cuore di ferro;
poi, vedendosi nell’ombra, ebbe paura dell’inferno!
– O mio Dio! se, cercando un perdono che mi cancelli,
trovassi la collera scritta sul tuo volto,
come questa sera, il mio occhio, cercando il giorno che fugge,
nel cielo spopolato non trova che la notte!
Come! nemmeno un sogno, un segno, una parola detta all’orecchio,
il cui eco formidabile allora non si risvegli!
No! – Nulla a voi, Signore, può essere nascosto.
Kyrie eleison! perché ho molto peccato!»
Allora, con le lacrime diceva la sua preghiera,
le ginocchia tutte tremanti e la fronte sulla pietra.
Tutt’a un tratto si ferma, si alza, e i suoi occhi
si inchiodavano alla terra e il suo pensiero ai cieli.
Ecco che, sull’altare coperto di drappi funebri,
i lugubri flambeaux hanno rotto le tenebre
e i preti in piedi, come neri cipressi,
si radunano, stupiti dei sinistri preparativi.
E i vecchi servitori dicevano: – Chi dunque nascerà
o morirà? – eppure pregavano senza conoscerlo;
poiché i cupi campanili si agitavano a gran rumore,
e sembravano due giganti che piangono nella notte.
Tutti si battevano il petto e respiravano a stento.
Sotto le lacrime d’argento il sepolcro d’ebano
si apriva, letto nuziale dalla morte preparato,
dove la vita tra le sue braccia riceve l’eternità.
Allora uno spettro venne, trascinandosi alle mura,
livido, a spaventare i foschi funerali.
Magro e gli occhi spenti, e il suo piede, sulla soglia
di granito, vacillava nelle pieghe d’un lenzuolo.
– Chi di voi, disse, mi rispetta e mi onora?
(E la sua voce sull’eco della volta sonora
batteva come il passo d’un ardito cavaliere.)
Venga con me a dormire sotto un pilastro!
Io vi mi corico, e aspetto che mi segua chi mi ama.
Per quelli che mi hanno odiato, li seguirò io stesso;
ci sono. – Preghiamo dunque per i miei crimini passati;
piangiamo e recitiamo l’inno dei trapassati!
Andò verso la sua tomba, e impallidì: – Chi mi ferma,
disse? Non ci vuole forse un cadavere alla festa?
E il feretro gridò sotto le sue membra ghiacciate,
poi il coro intonò l’inno dei trapassati.
Alfred De Musset
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-carlov-al-monastero-di-sangiusto-alfred-de-musset/
