Io sono colui delle putredini grandiose
Che ritorna dal paese molle dei morti;
Colui degli Ovest neri del destino
Che ti mostra, laggiù, come un’apoteosi,
La sua isola immensa, dove ghirlande,
Di detriti e di carni
Si sospendono,
Mentre, tra i fiori sontuosi delle sere,
Si aprono i grandi occhi d’oro di rospi neri.
Terreni tumefatti e caverne notturne,
Oh! le mie grotte che sbadigliano la noia per le crepe
Dei burroni e delle paludi!
Ai miei alberi di lebbra, al bordo degli stagni,
Si seccano il tuo cuore e i tuoi mantelli barocchi,
Vecchio Lear; e poi ecco il nero Amleto bizzarro
E i corvi che fanno la corte al suo cadavere;
Ecco René, la fronte spaccata, le carni intirizzite,
E le mani di Ofelia, al bordo degli approdi,
Sono quei due fiori bianchi – ammuffiti.
E gli omicidi mi fanno piani di putredine,
Fino al palazzo da cui si impongono le dittature
Del mio paese di purulenza e di sangue d’oro.
Sono là, le carcasse degli imperatori notturni;
I Neroni folli e i Tiberi taciturni,
Giacenti su terrazze di portoro.
Il loro cranio è capelluto di vermi – e il loro pensiero
Che dilaniò la Roma antica in incendi
Fermenta ancora, nella loro testa decomposta.
Dei lemuri poppano le pustole del ventre
Che fu Vitellio – e mali e malattie
Scoppiano, su quei resti le loro sacche di veleni.
Io sono colui del paese molle dei morti…
E poi ecco quelli che si esaltavano in Dio;
Ecco i cuori bruciati di fede, quelli il cui fuoco
Stupiva i soli, con il suo bagliore nuovo:
Amori santificati dall’estatico ardore
“” Niente per sé stessi e sul mondo, dove si scompigliano
La lussuria, l’orgoglio, l’avarizia, l’orrore,
Tutti i peccati, inaugurare, torrentizio
Di sacrificio e di bontà suprema, un cielo!
E i Flamel caduti dalle leggende gotiche,
E gli avari bianchi che si mangiano le dita,
E i guerrieri in oro immobile, la croce
Che fa scintillare d’ardore le loro corazze mistiche,
E le loro donne i cui sguardi erano così dolci;
Ecco – sanguinolenti e crudi – sono là, tutti.
Io sono colui delle putredini mefitiche,
In un giardino d’ombra e di sera,
Coltivo su uno spalliera nera,
Le promesse e le speranze.
La malattia? ella è, qui, la velenosa
E trionfale mietitrice
La cui falce è una mezzaluna di febbre
Tagliata nell’Ecate dei vecchi Sabba.
La freschezza dell’infanzia e la salute delle labbra,
Le grida di gioia e l’ingenuo fracasso
Dei balzi frustati dal vento, tra le pianure,
Io li avvizzisco, ferocemente, sotto i miei aliti,
Ed eccoli, agli angoli dei miei quinquonce
In mucchi gialli, come foglie e rovi.
Io sono colui delle putredini sovrane.
Ecco gli assetati dei vini della bellezza;
Gli inebetiti dall’unanime voluttà
Che fece nascere Venere dal mare tutto intero;
Ecco i loro fianchi, con i buchi della loro miseria;
I loro occhi, con del sangue; le loro mani, con degli ori;
I loro lividi falli torti da sforzi
Spezzati – e, per le paludi della pianura,
I vecchi grumi annegati del seme umano.
Ecco quelle il cui orrore era di cercarsi
Intorno al terrore rosso del loro peccato,
Quelle che si leccavano, come leonesse –
Lingue di pietra – e che fuggivano per tornare
Sempre pallide, verso il loro implacabile desiderio,
Fisso, laggiù, la sera, negli occhi della luna.
Tutti e tutte – guarda – uno a uno, una a una,
Sono, in della cenere e dell’orrore
Cambiati – e la loro rovina è lo splendore
Del mio dominio, al bordo dei mari fosforescenti.
Io sono colui delle putredini incessanti.
Io sono colui delle putredini infinite;
Vizio o virtù, valore o paura, bestemmia o fede,
Nel mio paese di fiele e d’oro, io ne sono la legge.
E ti porto a te questa molteplice fiaccola
Sogno, follia, ardore, menzogna e ironia
E il mio riso davanti all’universale tomba.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-colui-del-nulla-emile-verhaeren/
