Ciò che accadeva alle Feuillantines, verso il 1813

Poesi di Victor Hugo Raccolta ArrayEpoca XIX secolo

XIX

Fanciulli, bei volti ingenui chini intorno a me,
Bocche dai denti di smalto che dicono sempre: Perché?
Voi che, interrogandomi su più d’un grande problema,
Volete di ogni cosa, oscura a me stesso,
Conoscere il vero senso e la parola decisiva,
E che toccate tutto nel mio spirito pensoso.
— Tanto che, voi partiti, fanciulli, spesso passo
Ore, assai scontroso, a rimettere al loro posto
In fondo al mio cervello i miei piani, le mie visioni,
I miei eterni soggetti di meditazione,
Dio, l’uomo, l’avvenire, la ragione, la demenza,
I miei sistemi, oscuro mucchio, impalcatura immensa,
Sconvolti all’improvviso, senza colpa vostra,
Da una domanda di fanciullo, fatta a caso!
Poiché infine eccovi a sondare il mio destino,
E mi parlate dei miei giovani anni,
Dei miei primi istinti, della mia prima speranza,
Ascoltate, dolci amici, che volete tutto sapere!

Ebbi nella mia bionda infanzia, ahimè troppo effimera,
Tre maestri: — un giardino, un vecchio prete e mia madre.

Il giardino era grande, profondo, misterioso,
Chiuso da alti muri agli sguardi curiosi,
Seminato di fiori che s’aprono come palpebre,
E d’insetti vermigli che correvano sulle pietre;
Pieno di ronzii e di confuse voci;
Nel mezzo, quasi un campo, in fondo, quasi un bosco.
Il prete, tutto nutrito di Tacito e d’Omero,

Era un dolce vecchio. Mia madre — era mia madre!

Così crescevo sotto questo triplice raggio.

Un giorno — Oh! se Gautier mi prestasse la sua matita,
Vi disegnerei d’un tratto una figura
Che un giorno in casa di mia madre entrò, funesto augurio.
Un dottore dalla fronte povera, dal contegno solenne,
E vedrei sbocciare sulle vostre bocche senza fiele,
Porte del vostro cuore che nessun affanno corrode,
Quel riso abbagliante che talvolta mi illumina!

Quando quell’uomo entrò, giocavo nel giardino,
E solo a vederlo mi fermai d’un tratto.

Era il preside di un collegio qualsiasi.

I tritoni che Coypel raggruppa intorno a una conca,
I fauni che Watteau smarrì nei boschi,
Gli stregoni di Rembrandt, gli gnomi di Goya,
I diavoli vari, veri incubi di monaco
Che Callot ridendo stuzzica a sant’Antonio,
Sono brutti, ma sono incantevoli; deformi, ma pieni
D’un fuoco che nella loro faccia anima tutte le pieghe
E talvolta nei loro occhi getta un lampo rapido.
— Il nostro uomo era assai brutto, ma era stupido

Perdono, ne parlo ancora come uno scolaro schietto
È male. Ciò che ho detto, cercate di dimenticarlo;
Poiché della vostra età felice, che un pedante imbarazza,
Ho serbato la collera e ho perduto la grazia.

Quest’uomo calvo e nero, assai spaventoso per me,
E di cui anche mia madre dapprima ebbe qualche spavento,
Mentre moltiplicava gli umili atteggiamenti,
Portava consigli e sollecitudini:
— Che il fanciullo non era guidato; — che talvolta
Portava via il suo libro sognando nei boschi;
Che cresceva a caso in quella solitudine.
Che bisognava pensarci; che il severo studio
Era figlio dell’ombra e dei chiostri profondi;
Che una lampada appesa a soffitti oscuri,
Che di cento scolari guida la penna agile,
Illuminava meglio Orazio e Catullo e Virgilio,
E versava allo spirito raggi assai migliori
Del sole che gioca attraverso l’albero in fiore;
E che infine ai fanciulli, — lontano dalle madri, —
Occorreva il giogo, il duro lavoro e le lacrime amare.
Su questo, il collegio, amabile e trionfante,
Con un dolce sorriso offriva al giovane fanciullo
Ebbro di libertà, d’aria, di gioia e di rose,
I suoi banchi di quercia neri, i suoi lunghi dormitori mesti,
Le sue sale che si sprangano e che a tutti i loro pilastri
Scolpisce con un vecchio chiodo la noia degli scolari,
I suoi maestri che fanno, tra le carte,
Mangiare l’ora del gioco dai compiti voraci,
E, senza acqua, senza prato, senza alberi, senza frutti maturi,
Il suo gran cortile lastricato tra quattro grandi muri.

L’uomo congedato, dei suoi discorsi colpita,
Mia madre rimase triste e preoccupata.
Che fare? che volere? chi dunque aveva ragione,
O il tetro collegio, o la felice casa?
Chi sa meglio della vita compiere l’opera austera,
Lo scolaro turbolento, o il fanciullo solitario?
Problemi! questioni! ella esitava molto.
L’affare era assai grave. Umile donna dopo tutto,
Anima dal destino, non dai libri fatta,

Con quale fronte respingere quel tragico profeta,
Dal tono così magistrale, dai gesti così sicuri,
Che le parlava in nome dei Greci e dei Latini?
Il prete era sapiente senza dubbio; ma, che so io?
Si impara dal maestro o dal collegio?
E poi infine, — spesso così trionfiamo.-

L’uomo più volgare ha grandi parole profonde:
—« È indispensabile! — conviene! — importa! »
Che talvolta turbano la donna più forte.
Povera madre! quale scegliere delle due vie?
Tutta la sorte di suo figlio si pesava nelle sue mani.
Tremante, ella teneva quella pesante bilancia,
E credeva ben di vederla a momenti in silenzio
Piegare verso il collegio, ahimè! contrapponendo
La mia felicità futura alla mia felicità presente.

Ella pensava così senza sonno e senza tregua.

Era estate: Verso l’ora in cui la luna si leva,
In una di quelle belle sere che somigliano al giorno
Con meno chiarore, ma con più amore,
Nel suo parco, dove giocavano il raggio e la brezza,
Ella errava, sempre triste e sempre indecisa,
Interrogando sottovoce l’acqua, il cielo, la foresta,
Ascoltando a caso le voci che udiva.

È in quei momenti che il giardino pacifico,
La boscaglia dove si muove un insetto invisibile,
Lo scarabeo amico delle foglie, la lucertola
Che corre al chiaro di luna in fondo al vecchio pozzo nero,
La maiolica a fiore blu dove vive la pianta grassa,
La cupola orientale del cupo Val-de-Grâce,
Il chiostro del convento, rotto, ma dolce ancora,
I castagni, il verde viale dei botton d’oro,
La statua dove senza rumore si muove l’ombra dei rami,
I pallidi convolvoli, le pratoline bianche,
I cento fiori del cespuglio, dell’albero, del canneto,
Che rendono in profumi le sue canzoni all’uccello,
Si specchiano nello stagno o si nascondono nell’erba,
O che, del falso ebano caricando la fronte superba,

Al bordo degli stagni chiari mescolandosi alla betulla,
Tremolano in grappoli d’oro nei riflessi dell’acqua;
E il cielo scintillante dietro le fronde,
E i tetti che spandono incantevoli fumi,
È in quei momenti, come vi dico,
Che tutto quel bel giardino, radioso paradiso,
Tutti quei vecchi muri crollanti, tutte quelle giovani rose,
Tutti quegli oggetti pensosi, tutte quelle dolci cose,
Parlarono a mia madre con l’onda e il vento,
E le dissero sottovoce: — « Lasciaci questo fanciullo!

« Lasciaci questo fanciullo, povera madre turbata.
Questa pupilla ardente, ingenua, stellata,
Questa testa dalla fronte pura che nessun lutto velò,
Quest’anima ancora nuova, madre, lasciacela!
Non andare a gettarla a caso nella folla.
La folla è un torrente che spezza ciò che travolge.
Come gli uccelli i fanciulli hanno le loro paure.
Lascia al nostro acre limpido, ai nostri umidi vapori,
Ai nostri sospiri, leggeri come l’ala d’un sogno,
Questa bocca dove mai è passata la menzogna,
Questo sorriso ingenuo che la sua candore difende!
O madre dal cuore profondo, lasciaci questo fanciullo!
Noi non gli daremo che buoni pensieri;
Trasformeremo in giorno i suoi bagliori iniziati;
Dio diventerà visibile ai suoi occhi incantati;
Poiché noi siamo i fiori, i rami, i chiarori,
Noi siamo la natura e la sorgente eterna
Dove ogni sete si effonde, dove si lava ogni ala;
E i boschi e i campi, dal saggio soltanto compresi,
Fanno l’educazione di tutti i grandi spiriti!
Lascia crescere il fanciullo tra i nostri rumori sublimi.
Noi lo impregneremo di quei profumi intimi,
Nati dal soffio celeste sparso in ogni bel luogo,
Che fanno uscire dall’uomo e salire fino a Dio,
Come il canto d’un liuto, come l’incenso d’un vaso,
La speranza, l’amore, la preghiera, e l’estasi!
Noi piegheremo i suoi occhi verso l’ombra di quaggiù,
Verso il segreto di tutto socchiuso sotto i suoi passi.
Da fanciullo lo faremo uomo, e da uomo poeta

Per formare dai suoi sensi la corolla inquieta,
Noi bisogna scegliere; e noi gli mostreremo
Come, dall’alba a sera, dalla quercia alla mosca,
Riempendo tutto, riflessi, colori, nebbie, aliti,
La vita dai mille aspetti ride nelle verdi pianure.
Noi te lo renderemo semplice e dei cieli abbagliato:
E faremo germogliare da ogni parte in lui
Per l’uomo, triste effetto perduto sotto tante cause,
Questa pietà che nasce dallo spettacolo delle cose.
Lasciaci questo fanciullo! noi gli faremo un cuore
Che comprenderà la donna; uno spirito non beffardo,
Dove nasceranno facilmente il sogno e la chimera,
Che prenderà Dio per libro e i campi per grammatica
Un’anima, puro focolare di segreti favori,
Che brillerà dolcemente su tutte le fronti sognanti,
E, come il sole nei fiori fecondati,
Getterà raggi su tutte le idee. »

Così parlavano, nell’ora in cui la città tace,
L’astro, la pianta e l’albero, — e mia madre ascoltava.

Fanciulli! hanno mantenuto la loro promessa sacra?
Non so. Ma so che mia madre adorata
Li credette, e, risparmiandomi noiose prigioni,
Affidò la mia giovane anima alle loro dolci lezioni.

Da allora, aspettando la notte, ora in cui lo studio
Richiamava la mia mente al suo grave atteggiamento,
Tutto il giorno, libero, felice, solo sotto il firmamento,
Potei errare a mio agio in quel giardino incantevole.
Contemplando i frutti d’oro, l’acqua rapida o stagnante,
La stella sbocciata e il fiore raggiante,
E i prati e i boschi, che il mio spirito la sera
Rivedeva in Virgilio come in uno specchio.

Fanciulli! amate i campi, le valli, le fontane,
I sentieri che la sera riempie di voci lontane,
E l’onda e il solco, fianco mai assopito,
Dove germoglia il pensiero accanto alla spiga.
Prendetevi per mano e camminate nell’erba;
Guardate quelli che vanno legando le bionde greggi;
Compitate nel cielo pieno di lettere di fuoco,
E, quando un uccello canta, ascoltate parlare Dio.
La vita con lo scontro delle passioni contrarie
Vi attende; siate buoni, siate veri, siate fratelli;
Uniti contro il mondo dove lo spirito si corrompe,
Leggete nello stesso libro toccandovi con la fronte,
E non dimenticate mai che l’anima umile e scelta
Fatta per la luce e per la poesia,
Che i cuori dove Dio mette echi seri
Per tutti i rumori che anima un senso misterioso,
In un grido, in un suono, in un vago mormorio,
Odono i consigli di tutta la natura!

31 maggio 1839.

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-ce-che-accadeva-alle-feuillantines-verso-il-1813-victor-hugo/