No, sotto qualunque bandiera il bardo si schieri,
la musa serve la sua gloria e non le sue passioni!
No, non ho tagliato le ali di quell’angelo
per attaccarlo urlante al carro delle fazioni!
No, non ho coperto con la maschera popolare
la sua fronte risplendente dei fuochi del santo recinto,
né per frustare e mordere, irritando la sua collera,
ho cambiato la mia musa in Nemesi!
Di implacabili serpenti non l’ho incoronata;
non l’ho condotta con una verga in mano,
ingiuriando la gloria con il liuto di Orfeo,
a gettare nomi in pasto al volgo inumano.
Prostituendo i suoi versi ai clamori della strada,
non ho strappato la sacerdotessa al luogo santo;
ai suoi profanatori non l’ho venduta,
come Sion vendette il suo Dio!
No, no: l’ho condotta nel fondo delle solitudini,
come un amante geloso di una casta bellezza;
ho preservato i suoi piedi dalle offese troppo dure
che la terra avrebbe inflitto alla loro tenera nudità:
ho coronato la sua fronte di stelle immortali,
ho profumato il mio cuore per farne una dimora,
e non ho lasciato che nulla si riparasse sotto le sue ali
se non la preghiera e l’amore!
L’oro puro che sotto i miei passi seminava la sua mano prospera
non ha pagato la vigna o il campo del vasaio;
non ha concimato i solchi di mio padre
né gli scrigni gelosi di un avido erede:
essa sa dove cade dal cielo questo divino denaro.
Puoi senza offuscarlo rimproverarmi quest’oro!
Altre bocche un giorno ti diranno sulla mia tomba
dove fu sepolto il mio tesoro.
Non ho chiesto altro che canti alla sua lira,
sospiri per un’ombra e inni per Dio,
poi, quando l’età è venuta a togliermi il suo delirio,
ho detto a quell’altra anima un troppo precoce addio:
“Lascia un cuore che il peso della patria opprime!
Fuggi le nostre città di fango e la nostra età di rumore!
Quando l’acqua pura dei laghi si mescola con la sabbia,
il cigno risale e fugge.”
Vergogna a chi può cantare mentre Roma brucia,
se non ha l’anima e la lira e gli occhi di Nerone,
mentre l’incendio in fiume ardente circola
dai templi ai palazzi, dal Circo al Pantheon!
Vergogna a chi può cantare mentre ogni donna
sulla fronte dei suoi figli vede la morte ondeggiare,
mentre ogni cittadino guarda se la fiamma
divora già il suo focolare!
Vergogna a chi può cantare mentre i sicari
scuotendo la loro torcia affilano i loro pugnali,
gettano gli dèi proscritti ai risi popolari,
o trascinano nelle fogne i busti dei Cesari!
È l’ora di combattere con l’arma che resta;
è l’ora di salire sul rostro insanguinato,
e di difendere almeno con la voce e con il gesto
Roma, gli dèi, la libertà!
La libertà! Questa parola nella mia bocca ti oltraggia?
Credi che un sangue di ilota sia abbastanza puro per me,
e che Dio dei suoi doni abbia fatto una degna distribuzione,
la schiavitù per noi, la libertà per te?
Credi che di Seiano il sprezzante sorriso
sia un premio abbastanza nobile per cuori come il mio,
che il cielo mi abbia gettato la bassezza e la lira,
a te l’anima del cittadino?
Credi che questo santo nome che fa vibrare la terra,
questo eterno sospiro dei generosi mortali,
tra Catone e te debba restare un mistero;
che la libertà salga ai suoi primi altari?
Credi che essa si vergogni del cristiano che la affianca,
e che noi adoriamo la nostra vergogna e le nostre catene
se non adoriamo la tua libertà gelosa
sull’altare di bronzo che tu servi?
Disilluditi, poeta, e permettimi di essere uomo!
Le nostre madri ci hanno fatti tutti dello stesso limo,
la terra che ti porta è la terra dove siamo,
le fibre dei nostri cuori vibrano allo stesso suono!
Patria e libertà, gloria, virtù, coraggio,
qual patto di questi beni mi ha dunque diseredato?
In quale giorno ho venduto la mia parte dell’eredità,
Esaù della libertà?
Va’, non aspettarti da me che io la sacrifichi
né davanti ai vostri sdegni né davanti alla morte!
Il tuo Dio non è il mio, e me ne glorio:
ne adoro uno più grande che non ti maledice!
La libertà che amo è nata con la nostra anima,
il giorno in cui il più giusto ha sfidato il più forte,
il giorno in cui Geova disse al figlio della donna:
“Scegli, le catene o la morte!”
Che questi tiranni diversi, il cui valore si fa gioco,
secondo l’ora e i luoghi si chiamino popolo o re,
disonorino la porpora o insudicino il fango,
la vergogna che li lusinga è la stessa per me!
Che importa sotto quale piede si curva una fronte di schiavo!
Il giogo, d’oro o di ferro, non è meno vergognoso!
Dei re tu l’hai affrontato, dei tribuni io lo sfido:
chi fu meno libero di noi due?
Facci il tuo Dio più bello, se vuoi che lo si adori;
apri una soglia più ampia ai suoi culti diversi!
Respingi dal recinto che il loro piede disonora
la vendetta e l’ingiuria alle porte degli inferi!
Scarta questi falsi dèi dall’altare popolare,
perché il supplice non vi sia insultato!
Sii la lira vivente, e non il Cerbero
del tempio della Libertà!
Un giorno, nobili lacrime laveranno questo delirio;
e la tua mano, soffocando il suono che ha tratto,
più giusta strapperà dalle corde della tua lira
la corda ingiuriosa dove l’odio ha vibrato!
Ma io avrò vuotato la coppa dell’amarezza
senza che la mia labbra ne serbi un ricordo;
perché la mia anima è un fuoco che brucia e profuma
ciò che si getta per offuscarla.
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-a-nemesi-alphonse-de-lamartine/
